Dpcm sul coronavirus, l'indecisione che genera confusione

Lunedì 19 Ottobre 2020 di Alessandro Campi

Ci sono le decisioni incongrue, quelle inapplicabili, quelle ingiustamente penalizzanti, quelle inutili e le non-decisioni. Nel Dpcm illustrato l’altra sera dal premier Conte le cinque tipologie sono magicamente tutte presenti. A conferma della sua sostanziale inutilità e del fatto che lo scontro all’interno del governo tra “anti-rigoristi” (lo stesso Conte, Gualtieri, Di Maio, che assegnano preminenza alle attività economiche e alla ripresa) e “rigoristi” (Franceschini, Speranza, per i quali la priorità è in questo momento la salute pubblica e il contenimento dei contagi con ogni mezzo) non ha ancora trovato un punto di equilibrio. Aspettiamoci a breve altri decreti e ahimé altri annunci a reti unificate. 

Si sono dunque adottate misure in grado di contrastare l’emergenza che stiamo vivendo? C’è da dubitarne. Certo, sono state vietate – con De Luca che ha fatto da apripista con le sue invettive contro Halloween – le sagre e le fiere di paese, che producono inevitabilmente affollamenti, ma che senso ha, dal punto di vista sanitario, consentire comunque le manifestazioni fieristiche di carattere nazionale e internazionale? 

Del pari, non si comprende come limitare le attività di sale giochi, sale scommesse e sale bingo dalle ore 8 alle ore 21 possa aiutare a prevenire o contenere i contagi (ci si infetta solo di notte?). 

I servizi di ristorazione sono consentiti sino alle 24 con consumo al tavolo: è previsto, a scopo precauzionale, un massimo di sei persone per tavolo, ma fa un po’ ridere l’idea che trattorie, osterie e taverne debbano chiudere improrogabilmente… dopo cena.

La ratio di queste misure incongrue e assai blande, frutto evidente di una mediazione estenuante (tra ministri ma anche tra governo e regioni) è chiarissima: si sta cercando di affrontare l’aggravarsi della situazione attraverso limitazioni mirate e settoriali, ma il rischio serio è che alla fine non funzionino. I danni economici che si evitano oggi potrebbero rivelarsi più grandi domani, nel caso questa strategia dei “piccoli passi” (il che significa, come già la scorsa primavera, un Dpcm dopo l’altro) dovesse rivelarsi errata per mancanza di coraggio.

Ci sono poi le misure che difficilmente potranno essere concretizzate in breve tempo in modo generalizzato e dunque efficace. Tipo la rimodulazione degli orari di ingresso e uscita degli alunni nelle scuole secondarie e, soprattutto, il ricorso ai turni pomeridiani. Manca il personale per avviare una drastica ridefinizione dei tempi della didattica nell’arco di pochi giorni. Per evitare problemi alle famiglie, la scelta dell’ingresso non prima delle 9 per gli studenti avrebbe dovuto comportare un analogo orario d’ingresso al lavoro per i genitori. Oltre ad una ridefinizione nell’orario dei trasporti pubblici e al loro potenziamento (pensiamo agli spostamenti dei ragazzi che vivono in aree extraurbane). Dal momento che ogni istituto scolastico potrà decidere in autonomia quale forme di flessibilità nell’insegnamento adottare, il minimo che si rischia è una grande confusione.

Penalizzanti e discriminanti appaiono le misure riguardanti il mondo sportivo. Per bocca dello stesso ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, il Dpcm consente la prosecuzione delle «partite e gare sportive dilettantistiche a livello regionale e nazionale, mentre per il livello provinciale, società e associazioni sportive ed enti di promozione proseguiranno gli allenamenti degli sport di squadra ma solo in forma individuale». Insomma non è vero – come era parso di capire – che è stato introdotto il divieto di gare e competizioni per tutte le discipline dilettantistiche definite “di contatto”, per consentire solo gli allenamenti individuali. In realtà, l’attività agonistica dilettantistica si ferma, per gli sport di squadra, a livello provinciale, mentre prosegue a livello regionale e nazionale. Tutto ciò ha un senso? 

Del tutto inutili (al limite dell’eccentricità) appaiono altre scelte. Nelle zone a più alta incidenza epidemiologica sono stati sospesi gli esami di scuola guida. È davvero una pratica tanto pericolosa prendere la patente? Nelle zone ad alta incidenza epidemiologica anche andare dal parrucchiere o in un centro estetico può comportare dei rischi: ma queste due attività si è deciso di lasciarle aperte. L’irrilevanza della prima decisione si somma alla incomprensibilità della seconda.

Infine, le non-decisioni, quelle che danno il senso di un governo che non riesce ad adottare una linea di condotta chiara, che temporeggia e che cerca di non addossarsi troppe responsabilità. I trasporti pubblici (i giovani che vanno a scuola, i pendolari che vanno al lavoro, i cittadini che debbono spostarsi per le loro incombenze quotidiane) si sono rivelati uno dei principali vettori del contagio. Era uno dei punti sui quali ci si aspettavano indicazioni e novità. Invece nulla.

Una decisione annunciata e rinviata è stata invece quella relativa a palestre e piscine. A queste ultime si è data una settimana di tempo per adeguarsi ai protocolli di sicurezza, altrimenti scatterà la chiusura. Vedremo quali e quanti controlli si faranno tra sette giorni, sempre nella speranza che non si sia perso inutilmente del tempo, visto che un giro di vite su questo settore viene dato già oggi per scontato. Ma allora perché attendere e dilazionare?

Non parliamo, infine, della non-decisione più clamorosa: quella che (in un primo momento) assegnava ai sindaci il potere di chiudere per la notte strade, piazze e luoghi di ritrovo per evitare assembramenti e contagi (troppi giovani la sera continuano a non osservare le misure minime di sicurezza: mascherina obbligatoria, distanziamento, ecc.). 

Alla fine, il riferimento ai sindaci è stato eliminato dal Dpcm: la responsabilità a livello territoriale tocca, come ha precisato ieri il Viminale, ai Comitati provinciali di ordine pubblico, dunque ai prefetti d’intesa con i primi cittadini e le altre autorità locali.

Ma la sostanza non cambia: per paura di veder associata al governo e a Conte la parola “coprifuoco” – quella utilizzata senza remore dal presidente francese Macron nei giorni scorsi allorché ha annunciato le limitazioni alla vita notturna decise dal suo governo per contrastare la pandemia – si è preferito scaricare sui livelli istituzionali più bassi una scelta che per essere efficace, visto l’andamento esponenziale dei contagi su tutto il territorio italiano, dovrebbe essere assunta a livello politico centrale e con validità nazionale. 

Il risultato, che già si vede, è che ognuno andrà per conto suo: la Lombardia ha già annunciato (col plauso del ministro della Salute) il divieto di circolazione notturna dalle 23 alle 5, il sindaco di Bari ha annunciato a sua volta la chiusura di quindici strade e piazze nella zona della movida della sua città. Ma questa non è autonomia, è confusionismo politico. 

Insomma, se la situazione è seria e preoccupante, come ci viene detto proprio dal governo ogni santo giorno, forse converrebbe agire di conseguenza e senza troppi indugi, con determinazione. Così come – sia detto en passant – se la situazione della sanità pubblica è davvero a rischio come sembra (per mancanza di personale, strutture e risorse) perché non risolversi ad utilizzare i soldi del Mes invece che continuare a farne – come appunto stanno facendo Conte e i grillini – una bandierina ideologica o, peggio, una merce di scambio tra alleati di governo? Il tutto nell’attesa del prossimo Dpcm, probabilmente anch’esso inutile o tardivo. 

Ultimo aggiornamento: 20 Ottobre, 07:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA