Ma il patto produttivo senza riforme non basta

Domenica 26 Settembre 2021 di Romano Prodi

La soddisfazione per la ripresa economica emersa dalla recente assemblea della Confindustria è pienamente condivisibile. Tenendo conto degli sviluppi positivi degli ultimi mesi, la crescita raggiungerà infatti almeno il 6%, con un risultato nettamente migliore rispetto a tutte le previsioni precedenti. Una crescita che rende tutti contenti perché superiore alla media degli altri Paesi europei, anche se il presidente Draghi ci ha correttamente ricordato che essa è anche dovuta al fatto che la caduta precedente era stata superiore a quella degli altri Paesi membri della Ue. Tuttavia la previsione, ormai molto probabile, che l’Italia raggiunga il livello del Prodotto interno lordo precedente la Pandemia intorno alla metà, e non alla fine del prossimo anno, è un messaggio molto incoraggiante. 

Altrettanto importante è apparsa la proposta del Presidente della Confindustria di un “Patto per l’Italia” per dare robustezza, durata e qualità alla ripresa. Una proposta che ha trovato un indubbio interesse, ma che deve essere concretamente elaborata e fatta propria sia dal mondo sindacale che dal mondo politico, in modo da diventare davvero un patto a vantaggio di tutti gli italiani.

Credo quindi che si possa e si debba lavorare con passione e rapidità in questa direzione, non portando avanti obiettivi generici e onnicomprensivi, ma problemi specifici riguardo ai quali sia possibile trovare un accordo in tempi brevi. 

Non dimentichiamo infatti che le disposizioni del Pnrr condizionano l’arrivo delle risorse europee al compimento delle singole riforme e non alle semplici dichiarazioni di buona volontà, o alla preparazione di vaghi progetti che pretendono di trasformare il mondo.

Ricordiamo anche che questo momento di ottimismo, di cui avevamo tanto bisogno e che coinvolge sia le imprese che i consumatori, potrà prolungarsi nel tempo solo se accompagnato da decisioni capaci di assicurare la messa in atto di provvedimenti concreti, rapidi e duraturi.

Infine (e questo è l’aspetto che ci deve spingere ad agire con urgenza), durante l’estate si è manifestato un certo rallentamento nell’economia mondiale con un sostanzioso aumento dell’inflazione. Dobbiamo perciò accrescere la nostra efficienza e la produttività del lavoro prima che intervengano gli aumenti dei tassi di interesse che sempre accompagnano le politiche necessarie per controllare l’inflazione. L’aumento dei tassi è già una realtà in alcuni Paesi e non potrà essere a lungo ignorato negli Stati Uniti, dove si prevede un’inflazione del 4,4% per l’anno in corso e di almeno il 3,3% per l’anno prossimo. Il pericolo dell’inflazione, pur essendo concreto, si presenta meno imminente nella zona Euro, dove il suo livello è previsto attorno al 2,2% nel 2021 e all’1,8% nel 2022.

Abbiamo quindi più tempo per fare in modo che la ripresa si consolidi senza produrre inflazione, ma non si tratta di un tempo infinito. I costi di produzione stanno infatti continuando ad aumentare con un ritmo che non ha ancora dato segni di rallentamento. Considerare come temporanei questi aumenti, come continuano a fare molti osservatori, mi sembra un’ipotesi sempre meno fondata. Se osserviamo il nostro Paese, dobbiamo prendere atto che i prezzi delle materie prime e di molti semilavorati, in alcuni settori per noi vitali, sono cresciuti intorno al 20% e, nella maggioranza delle produzioni, non sono inferiori al 10%. Finora questi maggiori costi si sono trasferiti solo in minima parte nei prezzi finali, ma questo è un processo che non può durare a lungo. 

Il problema si pone con particolare acutezza nell’edilizia dove l’incentivo del 110% alla ristrutturazione sta producendo risultati estremamente positivi in termini di domanda, ma si accompagna a un aumento dei prezzi senza precedenti dei beni necessari alla produzione, a cominciare dall’acciaio il cui costo è addirittura raddoppiato nel giro di pochi mesi. A questo si aggiunge il fatto che, proprio nelle ultime settimane, l’edilizia è arrivata, in molte aree del Paese, ad utilizzare il massimo della propria capacità produttiva in termini organizzativi e di disponibilità di mano d’opera. Quando l’offerta supera la domanda il risultato non può che essere l’aumento dei prezzi. Quello che sta avvenendo in modo così impetuoso nel campo dell’edilizia ci deve fare riflettere sul problema generale di indirizzare gli incentivi pubblici non ad incoraggiare riprese effimere, ma ad allungare e rendere stabile il cammino della ripresa, senza correre il rischio di farlo bloccare da fenomeni inflazionistici. 

Il caso dell’edilizia si presenta con particolare acutezza, ma il problema di rendere duratura la ripresa è la vera sfida che abbiamo di fronte. Draghi lo ha correttamente affrontato nel suo discorso all’assemblea della Confindustria, sottolineando che solo un sostanzioso aumento di produttività ci può permettere di raggiungere quest’obiettivo e, ha aggiunto, che il salto di produttività può essere ottenuto solo con «un patto produttivo, economico e sociale del Paese». 

Sono parole in perfetta consonanza con la proposta del presidente della Confindustria ma che, per potere dare il risultato di rendere stabile la ripresa, debbono coinvolgere tutte le forze politiche e sindacali, partendo da concreti e specifici progetti di riforma che, senza un largo sostegno, non potranno mai andare in porto.

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