Astensione, l'avversario che nessuno combatte

Domenica 26 Settembre 2021 di Adolfo Scotto di Luzio

Le elezioni napoletane sembrano avere già un favorito, Gaetano Manfredi, ma il paradosso è che la gente perde facilmente interesse al suo destino di vincitore annunciato. Viene infatti meno quella tensione necessaria a sostenerne la corsa fino al traguardo e se questo non per forza deve incidere sul risultato finale, uno spazio pure lo apre per i competitori: molti supporter, certi del risultato, pensano di non essere necessari e quindi hanno un motivo in meno per andare alle urne; viceversa, per chi intravede uno spiraglio anche minimo è proprio questo il momento di provarci. Quando poi gli elettori partecipanti sono pochi, oscillazioni motivazionali del genere appaiono in grado di gettare le premesse per esiti inaspettati: aprono possibilità inattese in cui tutto, anche ciò che all’inizio poteva sembrare poco probabile diventa all’improvviso plausibile.

A questa prima serie di considerazioni bisogna poi aggiungere la circostanza che, seppure non le prime, le elezioni comunali del prossimo ottobre si svolgeranno in un contesto di permanente allarme pandemico. In un quadro segnato già in partenza da elevati livelli di astensionismo - nel 2016, a Milano, Sala e il centro sinistra ottennero più del 51 per cento dei voti, ma i milanesi che restarono a casa furono il 49%, praticamente la metà degli aventi diritto; De Magistris, dal canto suo, vinse a Napoli in un turno di ballottaggio disertato dai due terzi degli elettori -, dicevo, in un quadro di forte astensionismo, la riluttanza di molti elettori a recarsi alle urne esponendosi così al rischio di un possibile contagio aggiunge ulteriori elementi di incertezza e di variabilità del quadro previsionale. 

Va dunque ascoltato il ministro leghista Giorgetti quando, rivolto ai suoi, dice che il vero problema di queste elezioni sarà portare la gente a votare. E considerato il marasma milanese in cui versa la destra, non ha tutti i torti. Ma il problema riguarda solo la destra?

Evidentemente, no. Perché la gente non vota? La pandemia è sicuramente una ragione, come dicevamo. Sarebbe un errore, tuttavia, pensare che si tratti solo di dissuasione. L’esperienza vissuta in quasi due anni di contagio ha avuto una funzione chiarificatrice, evidenziando in modo drammatico ciò che veramente conta e quello che invece è ormai il fastidioso rumore di fondo della nostra quotidianità. Come in tutte le vicende storiche che mettono la comunità dinanzi alle alternative essenziali della vita e della morte, della sofferenza e della solitudine, il modo con il quale le persone misurano il valore delle cosiddette classi dirigenti cambia profondamente. 

Autorità e prestigio sociali degli uomini pubblici patiscono l’ipertrofia comunicativa. E questo vale non solo per i politici. I medici soffrono della stessa sindrome. Troppi cosiddetti scienziati in questi mesi hanno commesso un errore analogo alla odiata casta, esponendosi agli effetti inflattivi da eccesso mediatico. La percezione della sproporzione tra le parole vuote o abusate e la gravità della situazione che fronteggiamo è particolarmente acuta; l’insofferenza nei confronti dell’inettitudine, corposa. Non c’è da meravigliarsi, allora, se attorno a questa competizione elettorale aleggi un’atmosfera che definire spenta è poco. La mestizia con la quale Manfredi ha inaugurato la sua campagna attorno ad una pizza mangiata controvoglia in compagnia di Conte e Di Maio è da questo punto di vista la cifra esatta del clima psicologico che si respira. A Roma e a Napoli, a Torino come a Milano, non ci sono vere e significative correnti di entusiasmo intorno ai candidati in lizza. Che cosa divide veramente questi aspiranti alla poltrona di primo cittadino, quali opzioni rendono significativa la scelta a cui sono chiamati gli elettori?

A parte lo sfaldamento e la demotivazione evidenti a destra - clamoroso è, in questo senso, il caso di Napoli, ma a Milano, come dicevamo, non si respira un’aria migliore attorno a Luca Bernardo -, di cosa parlano e che cosa si dicono i vari competitori? Niente di più che piccole scaramucce, un gioco infantile di accuse e di ripicche tra candidati piuttosto scialbi e incolori. Mancano del tutto i confronti pubblici. Lo abbiamo visto con Manfredi a Napoli, ma a Roma Michetti fa lo stesso, disertando sistematicamente tutte le occasioni di dibattito. In ogni caso, domina il monologo. E che cosa potranno mai dire i vari candidati che non sia la magnificazione dei loro fantastici programmi? 

Il problema naturalmente in questi casi è che la gente ci creda. Occasioni vere, tuttavia, per capire di che pasta sono fatti gli aspiranti sindaco, gli elettori non le hanno. E con queste occasioni manca, di conseguenza, l’opportunità offerta ai cittadini di raccogliersi e dividersi intorno ad opzioni contrapposte, che è il modo poi, l’unico per la verità, in cui ciascuno di noi costruisce effettivamente il proprio punto di vista. Ha ragione a questo proposito Maria Luisa Iavarone, che al Comune di Napoli è candidata, quando fa notare che sul terreno delle politiche educative, i molti, moltissimi, soldi spesi in questi anni dal Comune di Napoli non hanno spostato di un punto percentuale i dati della dispersione scolastica. E non stiamo parlando di una questione secondaria. La madre di un ragazzo di diciassette anni che esce in pieno giorno per una commissione e non ritorna a casa perché, circondato da una banda di balordi più giovani di lui, viene selvaggiamente accoltellato, pone una questione che tutti a parole dicono di condividere ma che solo in un confronto aperto sarebbe in grado di sviluppare tutte le sue implicazioni (mostrando fra l’altro responsabilità e inadempienze, con nomi e cognomi).

Ma è solo un esempio dei tanti che si possono fare in una città in cui la questione giovanile è una manifestazione fondamentale della sua crisi. Perché allora i cittadini dovrebbero appassionarsi a competizioni che fin dall’inizio escludono qualsiasi vera possibilità di partecipazione da parte loro? Perché queste elezioni dovrebbero uscire da quello sfondo grigio e indeterminato in cui invece sprofondano fino al indistinzione e all’anonimato? 

Accade così che i commentatori si affannino intorno ai sondaggi, e dati relativi al piazzamento dei vari protagonisti della gara vengano fatti trapelare per sostenere la causa dell’uno o dell’altro. Intanto però, gli spettatori tutt’intorno guardano in numero sempre maggiore da un’altra parte e qualcuno addirittura abbandona lo stadio. Forse le linee di tendenza delle preferenze di voto sono chiare, ma le variabili in un quadro del genere tendono a complicarsi e le sorprese stanno dietro l’angolo.

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