Elezioni Sardegna, che peso avranno le divergenze oltre il senso di una vittoria

di Mauro Calise
Martedì 27 Febbraio 2024, 23:30 - Ultimo agg. 28 Febbraio, 06:00
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La repentina ascesa di Giorgia Meloni a premier e quella, ancor più inaspettata, di Elly Schlein a segretaria Pd hanno certo un peso politico maggiore. Ma, sul piano simbolico, quella di Alessandra Todde a presidente di Regione non è da meno. E conferma che, nel trend della personalizzazione, la leadership al femminile fa la differenza, a destra come a sinistra.

Fra i tanti elementi programmatici che ancora separano Cinquestelle e Democratici, si tratta di una convergenza non da poco, che potrebbe diventare un volano per la costruzione di quel «campo giusto» battezzato da Giuseppe Conte. Sul fronte della maggioranza di governo, per il momento, non si prevedono terremoti. «Imparare dai propri errori» – come i tre leader del centrodestra hanno dichiarato – potrebbe fare aggiustare la rotta post-voto in Sardegna.

Per la Lega, nata daiterritori, è un’occasione per tornare alle origini, magari provando a ricucire l’attuale spaccatura con Zaia. E per Fratelli d’Italia potrebbe costituire una spinta a non forzare troppo i tempi nel tentativo di radicare il proprio potere anche in città e regioni. Più in generale, le forze politiche potrebbero approfittarne per abbassare i toni sull’appuntamento europeo, che rischia di trasformarsi in uno spot referendario sul leader – o la leader – più bello del reame, dimenticando quanto evaporarono in fretta gli exploit di Renzi e di Salvini. E quanto invece sarebbe importante mettersi seriamente al lavoro – a Bruxelles, non nei sondaggi – per costruire l’Europa più forte di cui tanto avremmo bisogno. In un mosaico molto sfaccettato, la domanda immediata più incalzante riguarda, comunque, il futuro della coalizione tra Pd e Cinquestelle. La domanda è di quelle tipicamente politichesi. In nessuna chiacchiera al bar o in televisione si potrebbe ragionevolmente sostenere che per l’uno o l’altro partito sia meglio correre da solo.

Visto che perfino in politica l’aritmetica non è una opinione, è chiaro a tutti che l’alleanza è un passaggio obbligato. Se ne è accorto anche Calenda che correre da soli è un suicidio.Il problema è che allearsi è indispensabile solo se si vuole vincere.

E – per quanto al cittadino comune possa apparire strano – buona parte del ceto di partito – di tutti i partiti – si preoccupa soprattutto di riprodurre in qualche modo le proprie posizioni di potere. Che non discendono necessariamente dalla conquista della vittoria. Soprattutto se la tua vittoria dipende da un leader con il quale la tua corrente non va d’accordo, o da un accordo programmatico che non porta niente al tuo mulino. Ovviamente, questi ragionamenti contano di più fino a quando non si arriva al voto, e si vince. Perché perfino nel rissosissimo campo del centrosinistra vincere fa una bella differenza. Si fosse perso in Sardegna, gli avversari interni di Schlein già starebbero sulle barricate, e coi fucili puntati sulla giovane conduttrice. E in molti, tra i grillini, sarebbero tornati a intonare la litania del duri e puri. Invece, Alessandra Todde ha vinto. E d’ora innanzi sarà molto più complicato mettere in dubbio l’assioma matematico che in un sistema maggioritario si vince solo se si corre uniti. Si tratta di un insegnamento lapalissiano per le amministrative, dove – con un turno o con due – c’è l’elezione diretta del governatore o del sindaco. Ma ben più controverso quando si passa a se e come riformare l’attuale processo da cui emerge il Presidente del Consiglio. Sul progetto al momento siamo in pieno fermento.

Una ragione di più per seguire gli sviluppi del think-tank lanciato a Roma per un laboratorio bipartisan in cui al posto degli interessi (spesso solo presunti) di partito prevalgano quelli dell’Italia. E si provi a tracciare un percorso con cui si arrivi al rafforzamento del premier abbandonando i vecchi pregiudizi dell’epoca costituente. Potrebbe essere anche un banco di prova per capire se Schlein e Conte sono davvero intenzionati a cambiare. Cominciando da quel micidiale retropensiero per cui la vittoria che conta è superare di qualche decimale chi compete per l’egemonia nel tuo stesso campo politico. Stretto o largo che sia.

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