Recovery, come evitare il flop

Venerdì 2 Ottobre 2020 di Giorgio La Malfa
In un articolo su Il Mattino del 14 agosto, pochi giorni dopo la decisione del Consiglio Europeo di varare il fondo Next Generation EU per aiutare i paesi membri a superare la crisi del Corona virus, scrivevo che il governo doveva fare una scelta fra due possibili impostazioni del piano italiano di utilizzazione dei fondi europei. Poteva seguire un’impostazione tradizionale: per cominciare, sollecitare le varie branche della pubblica amministrazione a presentare dei progetti. 

E poi operare una scelta “politica” fra di essi e distribuire alle amministrazioni proponenti i fondi sperando che esse riuscissero a essere più efficaci di quanto normalmente sono. Poteva invece scegliere una strada diversa: istituire un’agenzia cui affidare integralmente l’ideazione e la realizzazione del piano; affidarle il compito di elaborare i progetti o di selezionare le proposte delle varie amministrazioni in base a rigorosi parametri economici e curarne direttamente la realizzazione. Questa agenzia avrebbe avuto anche il merito di istituire uno stabile colloquio con le istituzioni europee nella fase di predisposizione e di realizzazione del piano.

Probabilmente preoccupato dalle reazioni che all’interno della sua stessa coalizione una procedura così innovativa avrebbe potuto generare, il governo ha dato l’impressione di non volersi discostare dalle procedure tradizionali: all’inizio di agosto ha sollecitato le amministrazioni centrali dello Stato, sulla base di indicazioni generiche sui requisiti che i progetti avrebbero dovuto avere, a elaborare dei propri progetti ed ha individuato nel Comitato Interministeriale per gli Affari Europei quella che doveva essere la “cabina di regia” del programma. 

A fine agosto, il ministro dell’Economia ha reso noto che i progetti ricevuti erano circa 600 per un onere complessivo pari a tre volte la cifra complessiva che l’Italia potrebbe ricevere dall’Europa, mentre si facevano avanti reclamando anch’esse una quota dei fondi le regioni, i comuni e, addirittura, le più volte abolite province. A quel punto il governo si deve essere conto di due cose: la prima è che il CIAE non era in alcun modo la sede in cui i potesse fare la cernita dei piani perché si tratta di un comitato interministeriale del tutto privo delle competenze tecniche necessarie per la valutazione della marea disparata dei progetti ricevuti; la seconda è che il tentativo di gestire con criteri esclusivamente politici la formazione del programma di quelle dimensioni rischiava di condurlo in un labirinto senza uscita. Da qui un primo rinvio dei tempi giustificato con la necessità di tener conto delle indicazioni che sarebbero provenute dalla Commissione Europea.

Dopo di che, parlando avant’ieri davanti alla assemblea degli industriali, il Presidente del Consiglio ha detto testualmente: “Ci doteremo, per il nostro piano nazionale di ripresa, di uno strumento normativo ad hoc; ne abbiamo bisogno non c’è altra strada. Una struttura normativa dedicata con norme specifiche e soggetti attuatori dedicati che garantisca un monitoraggio trasparente e tempi di attuazione certi.” Ha spiegato, senza dare troppi dettagli, che questonuovo ente avrebbe curato la realizzazione dei progetti nei tempi previsti. È evidente che si tratta di una svolta molto significativa, anche se ancora parziale perché sembra riferita soltanto all’attuazione del piano e non alla sua formulazione. 

Infatti il quesito fondamentale che ho posto in passato rimane aperto. Se i progetti – come hanno dichiarato più volte sia il premier Conte che il ministro dell’Economia Gualtieri - debbono aiutare l’Italia a raddoppiare il tasso di sviluppo del reddito nazionale ed a aumentare di ben dieci punti il tasso di occupazione, la loro formulazione e la selezione dei progetti proposti dai vari interlocutori non può che avvenire esclusivamente in base alla loro efficacia economica. O si segue la strada di una scelta in base all’efficienza o si sceglie in base al peso politico e istituzionale delle amministrazioni proponenti. Cioè non si può sfuggire al dilemma posto fin dall’inizio di agosto. È evidente che il presidente del Consiglio se ne va rendendo conto, anche se si accosta alla questione con grande prudenza data la confusione che predomina in seno alla coalizione che lo sostiene in Parlamento.

E tuttavia la strada che il premier ha imboccato non ha alternative anche perché l’indicazione proviene dall’Europa. Si leggeva stamattina su un giornale economico del nord, in una corrispondenza da Bruxelles di Giuseppe Chiellino, che “la task force per gestire il Recovery Plan nazionale annunziata ieri dal premier Conte non è una invenzione italiana”, ma nasce dalla precisa richiesta della Commissione Europea che, nelle linee guida inviate agli Stati membri nei giorni scorsi, ha chiesto che ogni Stato membro indichi un interlocutore unico o un coordinatore unico con cui le istituzioni europee possano interloquire. Dunque, l’Europa chiede esattamente quello che era stato indicato nell’intervento citato all’inizio cioè una sede unica in cui definire le linee del piano e realizzarle affidata a un coordinatore in grado di mantenere un rapporto costante di interlocuzione con le istituzioni europee.

Se questa impostazione fosse stata scelta tempestivamente dall’Italia, oggi ci troveremmo ovviamente molto più avanti. Disporremmo già dello strumento per la redazione ed attuazione del piano; avremmo già cominciato a redigere programmi efficaci ed avremmo già individuato la personalità di prestigio interno e internazionale in grado di svolgere efficacemente il contatto con l’Europa. Insomma potremmo partire non appena fossero pronti i soldi europei. Non è così ed è un peccato, perché era evidente che questa è la sola impostazione razionale del problema.

Risulta tuttavia dai giornali che sono sorte nuove difficoltà che ritarderanno l’avvio del programma europeo probabilmente fino alla seconda metà del 2021. In questo caso, se ora il Governo, scelta la strada, si muove con tempestività, potremmo essere pronti con un piano serio nel momento in cui finalmente l’Europa avrà definito tutti i passaggi e sarà pronta a fare affluire ai Paesi membri i fondi del Next Generation EU.

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