Fumo e cibo spazzatura, se non basta
la minaccia di morte per far cambiare stile

Mercoledì 19 Giugno 2019 di Mario Pappagallo
A quando la Giornata mondiale contro il cibo “spazzatura”? Se la salute dell’umanità e, di conseguenza, dei servizi sanitari è cara all’Organizzazione mondiale per la salute (Oms), ai politici, ai medici, forse qualcosa va fatto come è stato fatto per il tabagismo, per il fumo di sigaretta, anche se con risultati non proprio esaltanti. Il World No Tobacco Day già esiste da tempo, da 31 anni per essere precisi. La giornata mondiale senza tabacco, un appuntamento che ricorre annualmente il 31 maggio: 24 ore senza fumare, con lo scopo di incoraggiare le persone a smettere in via definitiva. La buona volontà c’è, i risultati però non sono quelli attesi nonostante l’azione terroristica riguardo ai danni alla salute rammentati anche sui pacchetti delle sigarette e visibili ogni volta che se ne accende una. Nonostante le campagne e le leggi, in Italia oggi ci sono ancora oltre 12 milioni di fumatori. E sono in aumento, soprattutto i giovani ai quali sarebbe vietato vendere le sigarette. Il dato è ascrivibile a diversi fattori, tra i quali la scarsa volontà dei fumatori nel voler smettere. Solo il 9% infatti dichiara di volerlo fare entro i successivi 6 mesi (fonte: Eurispes, Fumo: nuovi prodotti e riduzione del danno. L’impatto di sigarette elettroniche e tabacco riscaldato, 2018). Il fenomeno quindi non sembra trovare vie efficaci di risoluzione in tempi brevi, nonostante i danni da fumo siano ormai ampiamente riconosciuti e nonostante le stime che riportano come, a causa del fumo, in Italia muoiano circa 80 mila persone l’anno (stima Ministero della Salute) e nel mondo oltre 6 milioni (stima Oms). 
 
Oggi però l’Oms avverte che sta emergendo un pericolo ben più grave del fumo di sigaretta. È la cattiva alimentazione. Troppi grassi, sale e zuccheri. E anche carne rossa e cibi trasformati in eccesso. Ma soprattutto poca frutta e verdura. La cattiva alimentazione “nuoce” più del tabacco ed è responsabile di un decesso su cinque. È il drammatico bilancio tracciato dal Global Burden of Disease dell’Institute of Health Metrics and Evaluation (Ihme) di Seattle, che ha indagato sugli stili alimentari di 195 Paesi al mondo, i cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista medica Lancet.
I principali fattori di rischio emersi sono: assunzione di troppo sale, carne rossa e bevande zuccherate e dall’altro lato scarso consumo di cereali integrali, frutta, noci e semi, verdure e Omega 3 da pesce e frutti di mare. Israele ha registrato il più basso tasso di decessi legati all’alimentazione pari a 89 su 100.000 abitanti, seguiti da Francia (89,1), Spagna (89,5) mentre l’Italia è più indietro con 107,7. Molto peggiore la situazione nel Regno Unito (23° posto) con 127 decessi ogni 100mila cittadini e gli Stati Uniti al 43° posto con 171. L’Uzbekistan ultimo, con 892 morti. Lo studio ha rilevato che nutrirsi bene potrebbe prevenire un decesso su cinque in tutto il mondo. Sebbene le diete varino da un Paese all’altro, mangiare poca frutta e verdure e troppo sale rappresenta un rischio concreto che miete 11 milioni di vite all’anno. “I nostri risultati – scrivono i ricercatori su Lancet – mostrano che una cattiva dieta è responsabile di più morti di qualsiasi altro rischio a livello globale, compreso il fumo”. Nel 2017 il tabacco era associato alla morte di 8 milioni mentre l’ipertensione era legata a 10,4 milioni decessi. Inoltre, si registra l’aumento, ovunque, di disturbi metabolici, sovrappeso e obesità. Eppure nessun divieto, nessuna etichetta sulla carne rossa che avverta sul rischio cancro, nessuna sovrattassa salute su cibi e bevande spazzatura, nessuna immagine choc sugli alcolici. E chi dice ai giovani che fumo, alcol, cattiva alimentazione, sedentarietà hanno effetto sommatorio sulle percentuali di rischio. Che sono un cocktail da perdenti e non da fighi. Al contrario, migliaia di giovani seguono, per esempio, Yutuboanch’io dove un obeso dà mostra di sé mangiando in breve tempo, una volta 40 merendine, un’altra 4-5 chili di pasta o chili di pollo, o decine di hamburger, eccetera… E c’è chi lo venera come maestro e lo imita. 
Tornando al fumo, poi, che cosa accade se non si riesce a smettere? L’azione che sembra riuscire meglio è creare uno stigma, sensi di colpa, paventare malattie e morti precoci. Risultato? Pochi smettono. 
È il momento di chiedersi se non occorrano strategie diverse. Puntare al minor danno per la salute dei “testoni”. Alternative come sigarette elettroniche e prodotti a tabacco riscaldato potrebbero forse limitare i danni, se realmente producono meno sostanze tossiche. Di recente, per esempio, la statunitense Food and Drug Administration (Fda) ha autorizzato l’immissione nel mercato Usa del primo dispositivo a tabacco riscaldato come “strumento utile alla tutela della salute pubblica”. Perché per ora “fumo zero” sembra traguardo irraggiungibile.
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