Disarmate quei “muschilli” in onore di Giancarlo

Giovedì 23 Settembre 2021 di Marilicia Salvia

Disarmare la città, hanno chiesto Libera e altre associazioni anticamorra all’indomani dell’omicidio di un pregiudicato messo a segno davanti a una chiesa di Torre Annunziata, due domeniche fa poco dopo l’uscita di decine di persone dalla messa. Disarmare Torre Annunziata, l’eterna Fortapàsc, il macigno che pesa sulle coscienze di generazioni intere di amministratori e politici e operatori di tutte le agenzie sociali e culturali del Paese, incapaci di smuovere, e di rimuovere, anche uno solo dei mille ostacoli che ne impediscono un qualche cammino di rinascita. Dici Torre Annunziata e pensi ai muschilli di Giancarlo, quei babypusher che le nonne spacciatrici mandavano in giro a vendere bustine, anime innocenti e spesso inconsapevoli trasformate in strumenti di morte. Bambini sottratti ai giochi, alle carezze, ma anche e soprattutto alla scuola. Trentasei anni dopo i muschilli non portano più solo la droga, portano le armi. Girano armati nei quartieri dello spaccio, sparano contro negozi e muri dei palazzi, terrorizzano e ispirano vendette, non sono più anime inconsapevoli, si atteggiano a boss e in qualche modo lo sono davvero.

Trentasei anni dopo l’omicidio di Giancarlo Siani, a Torre Annunziata - ma anche nei grandi agglomerati di cemento nati a Caivano, Melito, Arzano, Afragola per dare un tetto alla povera gente e diventati ghetto e ragnatela criminale, fino ai vicoli del centro storico di Napoli e alle periferie reiette - non c’è giorno senza una stesa: e dietro la stesa ci sono spesso giovanissimi, e dietro di loro arsenali spaventosi. Dentro questi stessi rioni, giù nelle cantine, dietro i vani degli ascensori si nascondono pistole e kalashnikov, fucili ed esplosivo: tutto a disposizione, tutto pronto, se serve, quando serve. Anche solo per una prova di forza, certifica adesso la Dia: anche solo per esibire, “con teatralità criminale”, muscoli e pretese di potere. 

Non c’è camorra senza le armi, così come non c’è speranza senza la scuola. È un’equazione facile, eppure mai abbastanza presa in considerazione in queste terre dove ogni tentativo di prevenzione arriva sempre troppo tardi. O non arriva proprio. Ci sono generazioni di giovani, in queste zone marchiate a fuoco dalla camorra, che la scuola l’hanno vista solo di striscio, che l’hanno abbandonata subito, da cui non hanno imparato niente. Uno dei killer di Maurizio Cerrato, massacrato perché la figlia aveva lasciato l’auto in un parcheggio “proibito”, era stato intercettato alcuni anni fa mentre trattava armi con un quattordicenne che, raccontano le carte, ne sapeva più di lui. Il record di armi, il record di dispersione scolastica: tra Napoli e provincia si arriva fino a picchi del 30 per cento. 

Da giorni le forze dell’ordine sono impegnate, in tutta la sterminata provincia napoletana, in operazioni di Alto impatto che puntualmente fanno registrare sequestri di droga e appunto di armi, distruzione di cancellate che questi carichi proteggevano, smantellamento dei sistemi di telecamere al servizio dei boss. È un’azione quotidiana di repressione, un assedio costante, che non può non essere elogiato e incoraggiato. Se non si disarma il Far West, il Far West non cesserà di esistere. Questo ci è chiaro, e non smetteremo di invocarlo, di pretenderlo. Ogni giorno, con la tenacia e la forza degli argomenti che ci ha insegnato Giancarlo. Ma, come Giancarlo, non smetteremo neanche di invocare e pretendere una rivoluzione culturale. Bisogna strappare i ragazzi a un maledetto destino già scritto. Bisogna togliergli la pistola e mettergli in mano un libro, bisogna che la scuola per loro non sia un fastidio ma un’opportunità. Bisogna trovare il modo di sottrarre tutti loro alla spaventosa povertà educativa in cui sono immersi, cancellare dalla loro mente idoli che li tengono inchiodati alla peggiore Gomorra, insegnargli quanto sia preferibile seguire modelli di vita.

Noi ci siamo, ci saremo. Noi che oggi celebriamo la memoria di Giancarlo, proprio oggi che il dossier della Dia ci mette di fronte all’enormità del lavoro che c’è ancora da fare. Noi che l’esempio di Giancarlo lo seguiamo ogni giorno, sapendo bene come lo sapeva lui che è la goccia che scava la lapide, che non bisogna mai mollare la presa, mai. Lo abbiamo fatto attraverso le tante pagine dedicate a quella illegale, malsana abitudine di elevare altarini nel nome dei boss e dei piccoli e grandi criminali morti ammazzati, figure tragiche idolatrate come eroi. Lo abbiamo fatto ricordando a un sacerdote di confine quanto sia più cristiano, e onesto, pregare davanti a una Madonna regalata dalla Curia che davanti alla stessa immagine imposta in memoria del più sanguinario dei boss. Lo facciamo schierandoci sempre, da giornalisti-giornalisti come era Giancarlo, dalla parte di chi opera con quotidiana fatica, con impegno e generosità per rendere ogni giorno un po’ migliore il pezzo di mondo in cui gli è toccato di vivere. Lo facciamo cercando, scoprendo, accompagnando. Non è facile, non sarà facile, ma è questa la promessa che oggi vogliamo fare a Giancarlo: stringere un patto con le forze di polizia e le agenzie sociali, stargli sul collo, non abbandonarle, finchè ogni arsenale sarà individuato e distrutto. Finché ogni muschillo sarà ritornato bambino.

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