Giustizia impotente contro il web
ecco perché l’oblio è impossibile

Giovedì 22 Settembre 2016 di Francesco Lo Dico
Giustizia impotente contro il web ecco perché l’oblio è impossibile

 Nonostante i suicidi innescati dalla gogna virtuale si contino ormai a decine, è stato il calvario di Tiziana Cantone a squarciare definitivamente il velo. Al tempo dei social network il diritto alla privacy è ormai indifendibile e difficilmente contendibile nelle aule dei tribunali. E talora per giunta pericoloso persino da evocare, se si pensa che la povera ragazza di Casalnuovo fu persino condannata al pagamento delle spese processuali per via di alcune scaltrezze messe in atto dai giganti della rete.

«La tutela di una persona che finisce in un meccanismo del genere è praticamente impossibile», ha tuonato il garante della privacy, Antonello Soro. Impossibile a causa di multinazionali che corrono veloci, più veloci anni luce delle leggi ordinarie, sulle ali di una tecnologia digitale che taglia fuori intere generazioni di giudici e giuristi. Impossibile perché i colossi cresciuti all’ombra dell’alfabetizzazione informatica di massa, sguazzano nel vuoto normativo e nelle irrisolvibili aporie del mondo virtuale. L’ultimo caso di scuola, riguarda l’esposto presentato dalle showgirl Loredana Lecciso, Lory Del Santo e Alba Parietti contro Google, dove il loro nome risulta associato a video porno inesistenti.

La querela delle tre donne si aggiunge alle altre circa 6mila presentate in Italia contro il motore di ricerca (sono 70 mila in Europa), per un totale di più di 23mila link da rimuovere. Ma riparare alla violenza subita, sarà per le tre artiste un’impresa titanica. Il diritto all’oblio riconosciuto dalla Corte di giustizia europea nel 2014 nel celebre caso Google Spain, prevede infatti per essere tutelato che la notizia non sia più di interesse pubblico. E, secondo poi, impone delle condizioni ai limiti dell’irrealizzabilità: tocca al richiedente indicare con esattezza di quale link esistente sul motore di ricerca si chiede la «delinkizzazione».

E se prima i contenuti incriminati non vengono eliminati dal sito che li ospita insieme ai relativi rimandi, Google non è costretto a fare alcunché. In pratica, proprio come può accadere a qualunque ragazza che finisce alla gogna, Alba Parietti e i suoi legali dovrebbero prima esaminare uno per uno 193.000 risultati che riconducono, nella query «Alba Parietti porno», a materiali pornografici che sfruttano il nome della showgirl (idem, per i legali di Lecciso e Del Santo). Poi dovrebbero consegnare alle autorità competenti le migliaia di link trascelti. E poi ancora, dovrebbero attendere gli esiti degli accertamenti.

Ma qui viene il bello. Gli inquirenti dovrebbero infatti fare verifiche su migliaia di siti porno che hanno sedi e server nei luoghi più imprecisati del mondo, come il Mar dei Caraibi. In teoria, accedere agli archivi che tengono traccia delle registrazioni del nome a dominio, sarebbe possibile. Non fosse che ormai da qualche tempo, l’obbligo di indicare l’intestatario del dominio non esiste più, anche grazie a società di servizi che offrono servizi di totale anonimato. Ammesso che dopo la lunga trafila si riesca a risalire all’Ip di chi ha caricato il video incriminato, e si possa spegnere il server che ospita il video maledetto, il lavoro è comunque destinato allo scacco, come ben dimostrano i casi di Belen e di Tiziana.

Quando il traffico su un determinato portale si esaurisce, il contenuto viene spostato infatti su un altro server che solo Iddio sa dove si trovi. Nulla di fatto. Bisogna ripartire da zero. Cancellare da Internet un video è dunque pressoché impossibile. «È come una torcia che illumina una galleria di specchi», spiega l’ex comandante della Finanza Umberto Rapetto, per anni a capo del Gat (Gruppo Anticrimine Tecnologico). Senza contare che intanto, dopo indagini che magari possono durare mesi se non anni, i link possono continuare a moltiplicarsi, e richiedere nuove segnalazioni, nuovi esami, nuovi cause e nuovi esborsi. Per ragioni similari, contenere l’effetto virale di un video è impossibile anche su Youtube, dove è necessario richiedere la cancellazione di ogni singolo filmato, ma impossibile l’eliminazione di tutti i contenuti associati a uno stesso argomento.

Una policy a tutela di clic e interessi, che consente ancora oggi di trovare sulla celebre piattaforma ogni genere di parodia e insulto alla memoria della defunta Tiziana. Se tutto ciò accade, è perché tutti big del web sono secondo le leggi americane irresponsabili dei contenuti che veicolano: semplici autostrade, che non sono obbligate a vegliare su chi e che cosa le traffica. Pure infrastrutture cieche, dunque, che non rispondono alle leggi dei singoli Stati, dove pure operano e fanno profitti, ma soltanto a quelle dello Stato che ne ospita le sedi legali. È il caso di Facebook, ad esempio, che fa spesso muro sulla rimozione dei contenuti, in quanto sostiene di dover rispondere esclusivamente alla normativa della sua sede europea - l’Irlanda - che non prevede ovviamente il diritto alla rimozione dei contenuti.

Un’irresponsabilità territoriale, che come si può leggere nella sentenza del Tribunale di Napoli, è stata rivendicata senza successo anche nel caso di Tiziana Cantone. Il social ha obiettato all’esposto della ragazza, che il tribunale campano non aveva competenza sul caso, in quanto gli accordi che gli utenti firmano all’atto della creazione del profilo, stabiliscono che le controversie con lo stesso social devono far capo alle aule giudiziarie californiane. Rimuovere un contenuto offensivo da Facebook, non è ad ogni modo semplice anche per altre ragioni. Pur esistenti, le procedure di segnalazione automatica, sono spesso inefficaci.

E scatenano talvolta ondate di proteste, come nel caso del video di una giovane presa a calci da altre bulle fino a sanguinare. Il Moige (Il Movimento genitori) ne ha chiesto la rimozione immediata, ma la risposta del social è stata raggelante: «Abbiamo determinato che rispetta i nostri standard». Su molti di questi «standard», imperversante il cyberbullismo, sarà però forse il caso di lavorare. Nonostante il divieto per gli under 13 di accedere alla piattaforma, gli ultimi dati dicono che sono in possesso di un profilo Facebook almeno sette milioni e mezzo di ragazzini, di cui cinque milioni sotto i 10 anni. E parimenti irrisolta, rimane la questione Isis. Su Youtube e Facebook pagine e profili legati al terrorismo islamico proliferano liberamente.

Su Twitter, si contano 70mila account legati al Califfato, di cui almeno 79 ufficiali, che sfornano qualcosa come 90 cinguetti al minuto. Sul grande tema della gogna a mezzo social, pesano infine questioni di diritto sovente ineludibili. Per determinare la competenza del reato di diffamazione, bisogna infatti risalire alla prima pubblicazione, alla data di immissione della notizia o della foto nella rete, e all’accesso del primo visitatore. La diffamazione non è infatti un reato che si attiva al momento dell’offesa, ma quando essa viene percepita da un terzo.

Ma come si fa a stabilire, all’interno di un’entità extrafisica come la rete, quando il reato si consuma? E che posizione concorsuale hanno quanti condividono i contenuti di una foto e quanti cliccano “mi piace” in calce ad un insulto? Che cosa è pubblico in una bacheca privata, che pure può rendere compartecipi migliaia di persone? Domande difficili, che restano ancora senza risposta. Le multinazionali intanto corrono veloci, più veloci anni luce delle leggi ordinarie e delle vite che calpestano ogni giorno. Posseggono pil più consistenti di intere nazioni e contano su miliardi di aficionados. Per loro, in fondo, gli sciacalli sono solo «utenti che sbagliano». E per chi muore pazienza e cordoglio, proprio come usano le istituzioni. Piuttosto che obbedire alle regole, in fondo sono abituate a dettare legge.

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