Le difficoltà di fare una manovra normale

Giovedì 21 Ottobre 2021 di Giorgio La Malfa

Non sarà dalla legge di bilancio varata ieri dal governo Draghi che dipenderanno l’andamento dell’economia italiana nell’anno prossimo e in quelli successivi. Non si faccia caso alle cifre complessive annunciate nei conunicati stampa su«lle dimensioni della manovra. Si tratta essenzialmente di indicazioni di differenze rispetto agli andamenti tendenziali. Non significano quasi nulla in termini di risorse poste a sostegno dell’economia. In realtà nel bilancio per il 2022 sono previsti finanziamenti specifici a sostegno di alcuni provvedimenti come la continuazione del bonus per l’edilizia o la riduzione del carico fiscale. Potranno esservi – si spera – delle correzioni agli abusi che la legislazione sul reddito di cittadinanza ha consentito e una correzione della cosiddetta quota 100 che è un lascito negativo del governo Conte-Salvini di inizio legislatura. Ma nel complesso il bilancio dello Stato cesserà di essere espansivo, anche se non diventerà certo un bilancio di lacrime e sangue.

Non ci potrà essere molto altro perché quello che la finanza pubblica poteva e doveva fare per sostenere l’economia italiana mentre infuriava la pandemia è stato fatto nei mesi scorsi con i vari decreti-legge di sostegno e di ristoro che hanno portato nell’ultimo biennio il deficit annuale al 10 % ed oltre.

Ora l’epoca della finanza eccezionale è finito. Con un rapporto fra il debito e il reddito nazionale salito di venti punti in due anni, i bilanci debbono indirizzarsi verso l’obiettivo della riduzione del debito. Ciò senza drammatiche urgenze, ma senza dimenticare che la strada da imboccare è quella. 

Del resto, questo è quello che hanno detto ieri mattina in una lettera a un quotidiano romano i Commissari europei Gentiloni e Dombrovskis. Essi hanno scritto che la Commissione europea si prepara a rimettere in vigore dal 2023 il patto di stabilità previsto dal trattato di Maastricht. Il patto, come si sa, prevede un tetto annuale del 3% al deficit,e un limite superiore del 60 % fra il debito e il reddito nazionale di ciascun paese. L’Italia è oggi assai distante dall’uno come dall’altro. Il patto dovrà specificare i tempi e le modalità del rientro. Gentiloni e Dombrovskis hanno spiegato che non pensano di ristabilire le vecchie regole senza tenere conto dell’esperienza di questi anni che dimostra che imporre l’austerità nei momenti di crisi aggrava i problemi. Sperano che l’Europa possa convenire su regole più articolate (bisognerebbe quanto meno fare una differenza fra deificit di parte corrente e spese di investimento). Ma bisogna rendersi conto della realtà: il rigore della finanza pubblica è controproducente quando l’economia crolla. In quelle fasi serve che la finanza pubblica sostenga l’economia. Ma quando l’economia funziona, la finanza pubblica deve diventare meno espansiva. Come scrisse Keynes nel 1937 in un suo bellissimo articolo, per il Tesoro, quando le cose vanno male, è il momento di spendere. Ma quando le cose vanno meglio per il Tesoro è il momento dell’austerità.

Dunque, dal 2023 tornerà il patto di stabilità. L’Italia deve saperlo, tenerne seriamente conto e prepararsi per tempo. Quando il debito pubblico di un paese è una volta e mezzo il suo reddito nazionale è bene cominciare a farlo scendere, come è avvenuto quest’anno. Bisogna continuare. Questo non vuol dire che la crescita è finita. Nel pieno della crisi solo la finanza pubblica poteva sostenere imprese e famiglie. Oggi, in piena ripresa, con l’industria che tira e il turismo che riparte, le cose non dipendono più solo dalla finanza pubblica. Dipendono da due cose importanti.

La prima è il buon funzionamento del piano italiano di utilizzo dei fondi europei del Next Generation EU. Come, dove e quando si spenderanni i fondi del Next generation EU, che sono fondi che in gran parte non aggravano il nostro debito, fornisce metà della risposta al problema della crescita. Dopo anni di riduzioni delle cifre degli investimenti pubblici gli ammontari possono crescere ed è bene che crescano.

La seconda di cui si parla troppo poco non riguarda l’investimento pubblico, bensì l’investimento privato. Quanto saranno forti da oggi ij avanti gli investimenti delle imprese manifatturiere e del terziario? Che cosa faranno gli imprenditori per l’Italia? Sappiamo che gli investimenti privati hanno bisogno di certe precondizioni. Il basso costo del denaro. E questo c’è. Una bassa conflittualità sindacale. E questa c’è. Il buon funzionamento della macchina pubblica – giustizia, pubblica amministrazine etc. – e qui il Governo sta lavorando con efficacia e senza farsi distogliere dalle contingenze politiche. E infine la stabilità politica. Le elezioni amministrative hanno reso più forte e più stabile il governo Draghi.

Che altro ci vuole per vedere un flusso di investimenti privati che aiuti l’economia non a camminare ma a correre? Questo è quello che manca. Noi ci aspetteremmo un tono fiducioso della Confindustria che inviti i suoi associati a investire sul futuro e per il futuro. Non è così. La Confindustria sembra esclusivamente a caccia di sostegni pubblici. È ancora un mondo imprenditoriale ripiegato su sé stesso che non sta facendo quello che potrebbe fare visti i dati di bilancio di questi’anno e l’enorme quantità di depositi bancari che le cifre dell’Associazione bancaria rendono noti.

Ebbene, le imprese italiane mancano all’appello. Ma se non investono oggi le imprese italiane quando investiranno? L’Italia potrebbe avere un nuovo miracolo economico, come quello che si ebbe all’inizio degli anni 50 quando un Paese povero, uscito in condizioni molto gravi dalla guerra, seppe aprire le proprie frontiere e andare alla ricerca di mercati di sbocco in Europa e nel mondo. Il governo Draghi rappresenta un’occasione difficilmente ripetibile in futuro, se si fallirà questa volta. Il mondo imprenditoriale, almeno nelle sue rappresentanze nazionali, non sembra consapevole di questa circostanza e dei suoi doveri specifici in questo momento. Deve cambiare atteggiamento. Nel suo discorso di investitura, John Kennedy si rivolse agli americani dicendo loro che dovevano cessare di chiedersi che cosa il Paese poteva fare per loro e cominciare a chiedersi che cosa essi potevano fare per il Paese. Oggi, nell’Italia del 2021, questa richiesta fa rivolta al mondo dell’industria privata. E finché non vi sarà una risposta positiva, la richiesta dovrà essere ripetuta e reiterata.  

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