I pacifisti e il peso ​della parola “pace”

Sabato 14 Maggio 2022 di Antonio Pascale

Ve l’avevamo detto noi: è ormai il mantra del movimento pacifista. La guerra – dicono- non sta finendo. Tutto questo accade perché si è deciso di consegnare armi all’Ucraina, con le armi si fa la guerra e non la pace. Se qualcuno mi dovesse interrogare sulla guerra e sulla pace, anche io, vi confesso, direi che tutti i nostri sforzi devono essere orientati a rendere la guerra un tabù – come sosteneva Alberto Moravia. Sì, un tabù, alla pari dell’omicidio e dell’incesto. Questo ragionamento, tuttavia, per poter funzionare deve essere calato nella dura realtà dei fatti, altrimenti rischia di essere buono solo per le conversazioni salottiere. E a proposito della dura e ostica realtà dei teatri geopolitici.

Chi si professa pacifista, qui e ora, cioè in relazione all’invasione della Ucraina, deve essere abbastanza coraggioso da immaginare le “conseguenze della pace”. Riepiloghiamo le cose elementari. Uno Stato più forte, con armamenti nucleari, non certo democratico, anzi trattasi un regime semi dittatoriale, decide di invadere un Paese democratico, che dal 2014 a seguito di complesse vicende interne deve gestire la convivenza, lungo i confini, con i filorussi (non così numerosi). I motivi dell’invasione sono stati discussi e ormai una buona fetta della popolazione italiana e parte dell’intellighenzia nostrana pensa che Putin abbia avuto le sue sacrosante ragioni: si sente minacciato (dall’espansione ad Est della Nato) o sia stato provocato (da qualche esercitazione) o vuole riprendersi alcune regioni ucraine. Con la forza si intende (se si sarà trattativa nascerà da accordi di guerra). Bene, se si sostiene questa linea di pensiero (Putin ha invaso legittimamente l’Ucraina), è ovvio per il pacifismo prendersela con la Nato e l’America, perché loro hanno torto e dunque sono i responsabili della guerra, e poi hanno chiuso gli occhi almeno dal 2014 sugli affari interni ucraini. Se questa linea è in accordo col sentimento pacifista, allora le armi non vanno più consegnate agli Ucraini.

L’assenza di armamenti utili per la difesa (ma anche di cibo e acqua, senza energia come ti difendi: nemmeno i vestiti e gli alimenti bisognerebbe mandare) può aumentare la possibilità che gli ucraini perdano la guerra. A quel punto Putin qualcosa dovrà fare, magari mettere al comando della nazione Ucraina un filo russo. E se casomai questo nuovo governante russo (non eletto) discriminerà gay e maltratterà gli attivisti politici, magari imporrà un pensiero unico, non fa niente: è il prezzo della pace. In Ucraina cambia regime torna la pace, la stagione balneare è salva, e le imprese, esclusa qualche sanzione, possono tornare a fare affari.

Se invece riteniamo che Putin non abbia ragione e che l’espansionismo non è espansionismo (ma scelte legittime e volontarie di paesi che visti i precedenti decidono di stare con la Nato. Ma poi la domanda è, noi con chi staremo?), allora il movimento pacifista dovrebbe rivolgersi a Putin, lui ha invaso, lui deve fermarsi. Così è per la diplomazia tanto richiesta: non bisogna parlare di pace genericamente, è necessario, al contrario, parlare con Putin. Per ora, al tavolo delle trattative i russi hanno fatto sedere sottoposti dei sottoposti, gente che nemmeno ha accesso alla lontane file putiniane: che pace dunque può venire fuori da questi tavoli?

L’impressione è che il pacifismo nostrano non abbia scelto da che parte stare e rischi con i né né di evitare il costo di alcune scelte. Perché ci sono momenti in cui le sfumature non servono, bisogna decidere subito da che parte stare e sarà la scelta della propria linea gotica a portare a questo o ad altro scenario. Purtroppo qualunque esso sia non sarà neutro né libero da contraddizioni. Abbellire o addobbato con parola pace serve solo a stare tranquilli con noi stessi. Poi, in tutte queste discussioni in genere evitiamo di dire una cosa: il pacifismo nasce e funziona in democrazia (che lo sappiamo è tanto imperfetta ma perché siamo imperfetti noi umani) e dunque per trasformare la guerra in tabù, nella sostanza bisognerebbe combattere (a volte purtroppo con le armi) perché i regimi alla Putin diventino democratici. Bel conflitto, insomma, non solo di idee, di certo non generico: dobbiamo essere responsabili della parola pace. 

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