I partiti senza leader e i leader senza partiti

Domenica 12 Luglio 2020 di Mauro Calise
Le evoluzioni dei sistemi politici seguono trend profondi – della società, dell’economia, della cultura – che non coincidono con le gabbie istituzionali costruite nei diversi Paesi. Certo, ne sono condizionate. Ma tendono a forzarle, a conformarle – loro malgrado – alle spinte dominanti, a quello che con un termine antico si chiama lo Zeitgeist, lo spirito del tempo. L’Italia, in tal senso, è un caso esemplare.

Repubblica parlamentare e partitocratica per antonomasia e per dettato costituzionale rigidissimo nell’ultimo decennio si è andata presidenzializzando, trovando il suo punto di equilibrio – e di tenuta – in un organo monocratico di vertice. E rassomigliando – vista da lontano – sempre più alla cugina francese che – sul piano formale – non avremmo mai potuto imitare. E il dato più interessante è che lo ha fatto cambiando, di volta in volta, vestito, ruoli, protagonisti. Ma sempre nella stessa direzione: compensando e riempendo il vuoto decisionale dei partiti e la loro legittimazione declinante con una leadership autorevole.

La svolta è avvenuta nella seconda metà del primo settennato di Napolitano, quando il timone delle scelte più impegnative è – visibilmente – passato al Colle. Fino allo strappo che ha esautorato un governo che, sulla carta, godeva di un’amplissima maggioranza, incaricando come Premier un tecnocrate gradito all’Europa, e ai mercati. Dopo un breve interludio, sufficiente a fare risaltare l’esigenza di un uomo forte, il bastone del comando si è spostato dal Quirinale a Palazzo Chigi. Con l’ascesa di Renzi a dominus incontrastato della scena politica. Per due anni, l’Italia ha goduto di un governo primo-ministeriale, saldo, coeso e a favor di popolo, come neanche Westminster ai tempi d’oro. Poi, a conferma che la costituzione può essere bypassata ma non calpestata, al leader è stato consentito di suicidarsi (politicamente). E quell’uscita di scena ingloriosa è stata salutata da molti come un ritorno al potere invisibile che prospera all’insegna dell’uno vale uno. Ma sono bastati pochi mesi perché spuntasse prepotentemente un nuovo capo. Stavolta – con una riedizione vintage degli anni Sessanta, anche nel vocabolario e nei simboli – seduto, a norma di Costituzione, su poco più di uno strapuntino. Ma capace di trasformare il Viminale nel palcoscenico della politica italiana. Anche in questo caso, il copione non poteva escludere il più narcisistico degli autogol. A ribadire che, per definizione, la fenomenologia del potere personale contempla come tallone d’Achille la propria psicopatologia. 

L’ultima reincarnazione dello Zeitgeist ha le sembianze – per la classe politica – più sorprendenti, sconcertanti e irritanti. Un premier venuto dal nulla, capace di restare in sella con due maggioranze opposte, senza un proprio partito e privo di qualsiasi appeal carismatico. Un non-leader che si trasforma nel più inamovibile dei capi. Ce ne è abbastanza perché i partiti che ne sorreggono l’esecutivo passino le giornate a domandarsi come riuscire a sbarazzarsene. In compagnia – speculativa – di opinionisti della più varia estrazione, impegnatissimi a spulciare i ritardi e le inadempienze del governo, come se fosse mai qui l’origine di un possibile ribaltone. 

Conte, baciato dalla sorte, resta in una botte di ferro. Finché il covid terrà il mondo in sospeso – e, purtroppo, lo terrà a lungo – i conti europei da cui dipende quel po’ di futuro che ci resta e il rischio che possa riesplodere una emergenza sanitaria lo blindano come Macron. O quasi. Resta il pericolo che ha falcidiato i suoi immediati predecessori. La hybris. L’avvocato meridionale dall’eloquio pacato e popolare dovrebbe esserne vaccinato. Ma molto più che le trame di Di Maio o i coltelli degli oligarchi democratici, la lama che ci cresciamo dentro resta la più pericolosa.Ultimo aggiornamento: 13 Luglio, 07:58 © RIPRODUZIONE RISERVATA