Il capo dell'Anticrimine Rizzi: «​Da via Poma a Emanuela Orlandi, oggi avremmo preso i colpevoli»

Lunedì 9 Aprile 2018 di Cristiana Mangani
Ben oltre le impronte digitali e l’esame del Dna, più vicina ai film di fantascienza americani: è l’impronta facciale, la nuova frontiera delle investigazioni scientifiche. L’era digitale chiede aggiornamenti continui, macchinari super sofisticati, in un inseguimento frenetico tra crimine e legalità. Ma tutti questi strumenti sono sempre sufficienti per trovare la verità? «La scienza a volte non basta», ammette il prefetto Vittorio Rizzi, responsabile della Direzione centrale anticrimine.

Questa mattina inaugurerà una mostra, insieme con il capo della Polizia, Franco Gabrielli, che racconterà un secolo di storia criminale italiana attraverso le immagini raccolte dalla Polizia scientifica, mettendo a confronto tecniche di ieri con quelle più moderne e recenti.

Prefetto Rizzi, casi come Via Poma, il delitto di Antonella Di Veroli, la scomparsa di Emanuela Orlandi, che possibilità di soluzione avrebbero avuto, se negli anni ’90 ci fossero state le stesse tecnologie di oggi?
«Probabilmente sarebbero stati risolti. Tanto che è nato il reparto Cold case della Polizia, proprio per mettere a disposizione dei vecchi casi i nuovi traguardi scientifici».

Questi gialli, però, restano un mistero.
«Il limite, guardando al passato, è che non sempre quello che il passato ti offre è sufficiente. All’epoca non cercavi o non valorizzavi quelle microtracce che oggi siamo in grado di valorizzare».

Esiste un legame scientifico tra passato e futuro?
«Il passato ha avuto visionari straordinari, al di là di personaggi noti come Cesare Lombroso, Salvatore Ottolenghi. Quando la produzione codicistica europea bandisce la tortura da tutti i codici si comincia a dover cercare, attraverso la scienza, le prove del reato. Loro sono veramente i pionieri della democrazia, e lo fanno avendo delle intuizioni straordinarie. Come Giovanni Gaffi, il funzionario di polizia che ha inventato il sistema di classificazione delle impronte digitali. Un sistema usato dal 1902 al Duemila».

E il futuro?
«Parlerei di presente, che è fatto dell’era digitale. E qui è come se ritornassimo all’anno zero, è tutto nuovo e sconosciuto. Tant’è che l’anno scorso abbiamo portato a compimento il teatro virtuale, la scena del crimine virtualizzata, dove è possibile entrare come nei videogiochi con il caschetto. Abbiamo uno spazio al Dac che inaugureremo a giorni».

Eppure, in più occasioni, sarebbe stata utile la presenza del vecchio maresciallo ben inserito nell’ambiente.
«Ci vogliono tutte e due le cose. È evidente che la componente umana è indispensabile, ma anche nella scienza c’è tanta componente umana. La vera sfida dell’investigazione non è recuperare questo, perché questo non si è mai perduto. Il problema è quando ti ritrovi davanti a crimini che per poterli risolvere nessuna relazione umana ti può essere sufficiente. Quando vai su scene dove non c’è nulla e devi cercare la molecola».

Come per gli attentati terroristici? 
«È lì che servono gli strumenti scientifici. Un tempo trovavi il diario o l’agenda, ora i computer, i telefonini. Nel terzo millennio lavoriamo sull’impronta facciale, la nostra sfida è dare un’identità attraverso i volti. Le macchine sono in grado di lavorare con il sistema cosiddetto neurale, che c’è pure sul telefonino di ultima generazione». 

In questi casi quanto è elevata la possibilità di errore?
«Stiamo entrando in un presente futuribile proprio perché le tecnologie consentono l’impronta facciale, ma non sono sufficientemente precise da poter avere una identità simile a quella dattiloscopica. È una identità orientativa, anche se resta un passo avanti pazzesco».

Indagini simili sono consentite dalla legge?
«A determinate condizioni. Tutti questi sistemi passano al vaglio del garante».

Quali sono i limiti?
«È un discorso complicatissimo. La scienza entra nel processo nel rispetto di quelle che sono le garanzie costituzionali e processuali, quindi deve subire l’urto del contraddittorio. Ci sono processi dove la scienza è stata demolita, come il delitto di Meredith Kercher».

Esistono scappatoie giuridiche?
«Il problema è diverso, perché il progresso scientifico è stato così accelerato negli ultimi anni che è difficile stare al passo con i tempi. Nel nuovo Codice di procedura penale sono ammessi i mezzi atipici di ricerca della prova, che non deve essere necessariamente una prova tipizzata e indicata dal legislatore. Anche il dna è un mezzo atipico di ricerca della prova, sono praticamente il 90 per cento. E mentre i mezzi tipici hanno le garanzie difensive, riguardo ai mezzi atipici le garanzie vanno scritte. Il codice è stato travolto dalla scienza e la le legge si deve adeguare».

Qual è l’aspirazione massima della Polizia scientifica?
«L’obiettivo è cercare di essere visionari come lo sono stati i grandi scienziati del passato. Oggi immaginiamo una tecnologia, la compriamo, quando la abbiamo acquistata è vecchia. Ho posto questa domanda a dei ricercatori: ma voi come lo affrontate il futuro? Risposta: con il dipartimento di Filosofia, perché sono i filosofi a darci una mano a vedere il futuro. Cartesio, Galileo, erano scienziati, ma anche filosofi».Ultimo aggiornamento: 10 Aprile, 10:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA