Il coronavirus e la rivincita della plastica monouso

Venerdì 15 Maggio 2020 di Marco Esposito
Fate come Greta», diceva lo scorso settembre il sindaco di Milano Beppe Sala, regalando 100mila borracce di alluminio agli alunni di elementari e medie. E come lui i sindaci di Padova, Prato e decine di cittadine. Era una vita fa. Il riuso, simboleggiato dalla borraccia di Greta Thunberg, appariva la risposta più sana per tutelare un piccolo pianeta a partire dai gesti quotidiani.

Ma in tempi di coronavirus l’igiene è prioritaria e usare e riusare la stessa bottiglietta non è il modo più adeguato per tutelare la propria e l’altrui salute.

Con la riapertura di bar e uffici, il ritorno dell’usa e getta sarà un modo efficace per frenare nuove fiammate dei contagi da Covid-19 e però l’Unione europea - nonostante la pressione dei produttori di plastica - sembra non avere alcuna intenzione di rinviare l’addio alla plastica. La data sarà ufficializzata a breve e dovrebbe essere il 30 giugno 2021.

Covid e plastica in effetti sono due aspetti della medesima globalizzazione. L’isola di plastica che vaga in mezzo al Pacifico, grande quanto Spagna e Portogallo, e i quasi 5 milioni di contagiati da un virus spuntato sei mesi fa in un mercato cinese sono problemi che richiedono risposte globali, non estemporanee. Il rischio rifiuti e la guerra alla plastica, insomma, restano prioritarie ma questo non vuol dire che si debba rinunciare alla sicurezza igienica del monouso. La risposta infatti secondo la Ue è nei materiali e nei cicli di produzione garantiti e certificati.

In Europa, proprio per diffondere la cultura del monouso di qualità, è nata un’associazione di filiera, la Eppa, European Paper Package Alliance che ha come presidente Antonio D’Amato, numero uno della Seda di Arzano ed ex presidente di Confindustria, e vicepresidente Eric Le Lay della finlandese Huhtamaki Foodservice Europe-Asia-Oceania. Prima attività della Eppa, che ha sede in Olanda, è proprio promuovere il monouso a base carta, spiegando ai decisori europei e ai consumatori i vantaggi sia igienici sia ambientali dei prodotti usa e getta; purché gettati, ovviamente, nei contenitori della carta.

Il tema dell’utilizzo corretto del monouso è particolarmente delicato per le posate, le quali ovviamente non possono essere di carta e non potranno più essere di plastica. L’alternativa c’è ed è un materiale organico a base di mais che ha la resistenza della plastica ma può (anzi deve) essere buttato nell’organico. Qui il player italiano è la Novamont di Catia Bastioli, la quale ha un centro ricerca in provincia di Caserta, a Piana di Monte Verna, e produrrà posate ecologiche nello stabilimento di Porto Torres, in una società alla pari con Versalis (del gruppo Eni). 
C’è però una differenza di fondo tra i prodotti a base carta e quelli a base mais perché i primi in caso di errato utilizzo nel ciclo dei rifiuti non producono particolari danni, mentre se finisce in mare una posata con un polimero biodegradabile il comportamento non è troppo diverso dalla plastica, per cui è indispensabile l’informazione del consumatore.

Ma i bicchieri di carta usa e getta non rischiano di dare il colpo finale alle già fragili foreste mondiali? Il bicchiere monouso di carta, in effetti, non può venire da carta riciclata per ragioni igieniche e quindi si produce con fibra vergine. Tuttavia le foreste utilizzate, in genere nel Nord Europa, sono certificate in base a rigidi parametri e controlli internazionali per cui ogni albero abbattuto va sostituito da almeno due alberi piantati. Se si considera che un giovane albero che cresce assorbe più anidride carbonica di un albero maturo, l’impatto complessivo sull’ambiente è positivo. Inoltre, rispetto a un bicchiere di plastica usato e riutilizzato, il monouso permette di risparmiare l’acqua, l’elettricità e i detersivi necessari per l’igienizzazione. La tenuta del bicchiere a base carta, peraltro, nei prodotti di qualità è garantita da una sottile pellicola di plastica realizzata nel rispetto di un protocollo definito da Conai e Aticelca. In pratica il consumatore può gettare tranquillamente il bicchiere usato nel contenitore della carta e la pellicola di plastica sarà separata automaticamente dai macchinari per il riciclo della carta. 

Ma nessun pasto è gratis. Sia i prodotti monouso biologici sia quelli a base carta sono due-tre volte più costosi rispetto alla tradizionale plastica. Ce ne accorgeremo presto, perché le principali catene di supermercati si stanno attrezzando per l’addio alla plastica, facendo sparire dagli scaffali i classici bicchieri bianchi o colorati, per fare posto ai più sani bicchieri in carta. Occhio però al prodotto: il bicchiere è davvero ecologico solo se contiene una certificazione Fsc oppure Pefc, le due sigle che garantiscono l’equilibrio ecologico delle foreste. Se Greta inizierà a bere da bicchieri di carta certificati, insomma, sappiate che sarà un contributo per piantare giovani alberi.

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