Industria, crollo ordinativi e fatturato. Lega: la legislatura adesso rischia

Matteo Salvini
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di Marco Conti

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La soddisfazione per il voto in giunta addolcisce solo in parte la giornata di Matteo Salvini. Il crollo della produzione industriale allunga le orecchie del vicepremier che alle analisi non particolarmente ottimiste sul futuro dell’economia del suo sottosegretario, il leghista Giancarlo Giorgetti, aveva sinora prestato relativa attenzione. Stavolta però ad agitarsi non è solo il sottosegretario. Il crollo record della produzione industriale e del fatturato (-7,3%) incide pesantemente sulle regioni (Lombardia e Veneto) dove la Lega ha antenne lunghe e elettori pronti alla protesta.

L’INCUBO
Un dato, quello diffuso dall’Istat, che si aggiunge a quelli sulle previsioni di crescita che assegnano al Paese uno striminzito 0,2% e ad uno spread che troppo frequentemente sfiora quota trecento. Il primo trimestre dell’anno rischia infatti di essere peggiore del precedente e la crescita negativa è destinata a ripercuotersi sulle entrate fiscali con conseguente aumento del debito e necessità di quella manovra correttiva che Giorgetti continua a non escludere («vedremo nei prossimi mesi»). Scenari da brivido che nella Lega iniziano a circolare e che guardano già alla manovra di fine anno che parte da meno 23 miliardi, a meno che non si decida di deprimere ancor più i consumi aumentando l’Iva.

Ufficialmente l’obiettivo del segretario della Lega resta quello di arrivare alle europee di maggio, fare il pieno di voti, e ridiscutere con l’alleato M5S modi e temi della seconda parte della legislatura. Il rapporto personale tra Salvini e Di Maio, dopo il voto sulla piattaforma Rousseau, si è vieppiù rafforzato. Il ministro dell’Interno è consapevole del prezzo che Di Maio sta pagando nel Movimento per quella «svolta garantista» che ieri il ministro della Giustizia Bonafede smentiva quasi fosse un insulto. Al tempo stesso però i risultati del voto su Rousseau hanno ridotto gli spazi del vicepremier grillino che ora poco può concedere ancora all’alleato e molto a quel 41% che voleva processare Salvini e che ora non cede su Tav o Autonomia delle regioni. Il precipitare di tutti i dati economici, e soprattutto il fatto che l’attuale governo non ha la forza di cambiare marcia, rischiano ora di presentare il conto anche a Salvini. 

La promessa dello sblocco dei cantieri non basta a compensare il pervicace “no” alla Tav. Il blocco dell’opera, al di là di rimborsi e penali, è ormai percepito - specie all’estero - come una sorta di marchio di un declino che i giallo-verdi non sanno come affrontare. Il rischio che corre la Lega anche stavolta è che «l’anno bellissimo» assicurato dal premier Conte, riporti l’orologio al 2011 quando il Carroccio governava con FI e Berlusconi evocava «ristoranti pieni» per esorcizzare l’immagine di un Paese in declino. Per affrontare con Bruxelles un’eventuale manovra correttiva, o peggio ancora, la legge di Bilancio di fine anno, Salvini avrebbe bisogno di portare prima a casa la percentuale che gli assegnano ora i sondaggi. Ma ottenere elezioni anticipate senza strappare con Di Maio è impossibile. Farlo dopo il voto di fine maggio potrebbe risultare tardi per ottenere elezioni anticipate prima della complicata stesura della legge di Bilancio che il Quirinale ha sempre ritenuto necessario assicurare.

LA FUGA
Il nulla di fatto di ieri al vertice convocato da Conte a palazzo Chigi, dove si è discusso ancora di Reddito e Quota100, è il risultato di una Lega in pressing su un vertice grillino paralizzato dalle tensioni interne e dagli strali del Garante. L’ipotesi di una via di fuga in Europa come commissario in quota Italia, rischia di rappresentare per Salvini un’occasione che però difficilmente i grillini potranno accettare anche se motivata con l’esigenza di far valere le ragioni del Paese. Se poi risulterà vero ciò che dice l’ex ministro Pier Carlo Padoan, ovvero che Quota100 e Reddito «avranno un impatto molto limitato sulla crescita», la frittata può dirsi conclusa e le responsabilità di M5S e Lega difficili da distinguere. E’ per questo che Salvini ha deciso di stringere i tempi. Sempre che riesca ora a trovare un’altra occasione simile alla “Diciotti” per strappare incassando le urne. 
 
Mercoledì 20 Febbraio 2019, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 21 Febbraio, 10:29
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