Intelligenza artificiale, quel divario da colmare

di Romano Prodi
Venerdì 1 Marzo 2024, 23:44 - Ultimo agg. 2 Marzo, 07:24
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Non sono un esperto di intelligenza artificiale, così come non sono un esperto di energia elettrica. Ciò non toglie che nella mia non breve vita mi sia reso conto di quanto l’elettricità abbia rivoluzionato non solo il modo di produrre, ma il funzionamento dell’intero pianeta. Mi suscita quindi una certa impressione leggere che i veri esperti amano tracciare un parallelo fra le due rivoluzioni. Questo perché anche l’intelligenza artificiale è in grado di incidere in profondità nella nostra vita privata, nell’economia e nella stessa organizzazione della società.

L’impressionante mole di informazioni che riesce a raccogliere e ad organizzare tocca tutti i possibili settori: dall’industria alla scuola, dalla ricerca al credito, dal commercio alla sanità, fino alle telecomunicazioni. Quando nello scorso anno l’Ia è divenuta nota al largo pubblico, ho immediatamente pensato che avrebbe reso inutile la compilazione delle tesi di laurea dato che è in grado di raccogliere e mettere in ordine i necessari elementi di conoscenza in un istante, mentre un laureando deve impiegare mesi di lavoro. Tuttavia solo gli esperti erano a conoscenza che essa stava già rivoluzionando la scienza medica producendo progressi con una rapidità senza precedenti nella cura dei tumori e che era già largamente adottata non solo da Amazon per ottimizzare l’approvvigionamento dei beni da consegnare o da Airbnb per le prenotazioni alberghiere, ma già da innumerevoli imprese per ottimizzare i sistemi produttivi e distributivi. 

Ed anche dalle Pubbliche Amministrazioni per mettere ordine alla mole dei dati in loro possesso. La rivoluzione dell’Ia ha ora cominciato a diffondersi con una velocità e una pervasività infinitamente superiore a quella dell’elettricità. I protagonisti di questa rivoluzione sono naturalmente i giganti della rete, a cominciare dai colossi americani, due dei quali (Microsoft e Apple) hanno una capitalizzazione di borsa che supera largamente l’intero Pil italiano.

Nel mondo sono ormai più di 40.000 le imprese specializzate nell’Ia: metà negli Stati Uniti, un 20% fra Gran Bretagna, Francia e Germania e il resto sparso per tutto il pianeta, con una presenza trascurabile nel nostro Paese. A questo proposito, proseguendo nel pur improprio parallelo fra elettricità e intelligenza artificiale, non può non venirmi in mente la centrale termoelettrica di Santa Redegonda, costruita nel 1883 a poche decine di metri dal Duomo di Milano. Non è possibile dimenticarla perché era la seconda al mondo e la prima in Europa. Nell’Ia, invece, occupiamo un ruolo assolutamente trascurabile anche nei confronti degli altri grandi Paesi europei, che operano con una duplice strategia: attrarre gli investimenti americani e sviluppare in parallelo un know how nazionale.

Proprio negli scorsi giorni Microsoft ha deciso di investire 3,2 miliardi di dollari in Germania e, nel contempo, il governo tedesco ha presentato un progetto di sviluppo di una rete nazionale del settore.

In Francia Google ha formato 8.000 esperti e nei giorni scorsi ha inaugurato, con la presenza di mezzo governo, un centro di ricerca con oltre 300 ingegneri e ricercatori. L’obiettivo, esplicitato da tutti i politici presenti, è di fare di Parigi il grande centro di riferimento per l’Ia europea. Un centro che affianca a Google la presenza dell’Ibm, della Samsung e della Fujitsu e che si propone di organizzare attorno ad esso grandi scuole di specializzazione, la formazione di ricercatori e lo sviluppo di start up. E, quello che più conta, insieme al rapporto con i colossi internazionali, viene spinto l’uso dell’open source come strumento di maggiore libertà e autonomia. A questo si affianca l’obiettivo di formare 100.000 professionisti abili nell’uso dell’intelligenza artificiale, obiettivo che più di ogni altro contribuisce ad aumentare la produttività dell’intero sistema Paese. In Italia non si sta facendo né una cosa né l’altra. Abbiamo corteggiato Musk, ma non è servito a nulla. A differenza dei nostri partner, nei confronti della tecnologia abbiamo un atteggiamento da meri consumatori, non un’ambizione da produttori. Il cloud della Pa, anche quello che si potrebbe acquisire in open source da fornitori nazionali, è affidato a Google e, per proseguire con esempi concreti, la posta elettronica della maggior parte delle Università è stata recentemente delegata a Microsoft, senza che attorno ad esse vengano sviluppate istituzioni simili a quelle francesi. Anche nell’Ia, quindi, i grandi leader mondiali agiscono in Italia sostanzialmente come semplici venditori. Abbiamo certamente iniziative di grande interesse, soprattutto nelle biotecnologie, ma nulla portato a livello di sistema.

Eppure giànel 2017 era stata presentata una proposta di legge come “Delega al Governo per la disciplina e lo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale” (proposta di Stefano Quintarelli) nella quale si proponeva una strategia per preparare l’Italia ad avere, se non una poltrona, almeno uno strapuntino nel grande treno dell’Ia. Già da allora si prospettava infatti la necessità di istituire presso la Presidenza del Consiglio un comitato permanente per costruire una via italiana all’Ia, promuovendo, con le necessarie risorse, la formazione e l’attrazione di nuovi talenti, incentivando la nascita di start up, promuovendo l’uso dell’Ia nella Pubblica amministrazione e, soprattutto, nelle Piccole e medie imprese che non potranno nemmeno vivere senza usufruire delle prospettive che solo l’Ia può offrire. Un compito che l’Italia può oggi perseguire con maggiori possibilità di successo utilizzando l’enorme capacità di calcolo già installata nel progetto Leonardo. Agendo in questa direzione non arriveremo probabilmente al primato europeo dell’antica Santa Redegonda, ma potremo almeno illuminarci abbondantemente con la nuova elettricità.

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