I duellanti e la vera ​partita politica

Venerdì 15 Gennaio 2021 di Massimo Adinolfi

Raccontare la crisi come una sequenza di gesti folli e irresponsabili, di personalismi e megalomanie, di incomprensioni e rivalse, di velleitarismi e vanità, di simpatie e antipatie, è fuorviante. Sui libri di storia non si racconterà di quanto l’uno fosse permaloso e l’altro arrogante, così come non si spiega, che so, il tormentone della staffetta fra Dc e Psi.

Erano i tempi della prima Repubblica, con lo scarso feeling fra Craxi e De Mita, o, in tempi più recenti, le cadute di Prodi e Berlusconi con risentimenti e ripicche di Massimo D’Alema o di Gianfranco Fini. Sono fatti politici, che chiedono di essere compresi innanzitutto in termini politici.

E dunque, qual è la partita politica in corso? Ci si può rammaricare che si giochi una partita politica decisiva nel bel mezzo della pandemia, ma è come rammaricarsi del fatto che gli uomini ricorrano a questa strana commedia che è la politica, per regolare democraticamente i conflitti in corso e attribuire poteri e responsabilità. Ciò detto, di quale partita si tratta?

Al governo c’è una maggioranza imperniata sull’alleanza fra Pd e 5Stelle, che è riuscita a trovare un accordo per un’unica ragione: evitare il voto e la vittoria del centrodestra. Che Renzi condividesse quest’obiettivo, e però nient’altro, è stato chiaro fin da subito: Italia Viva non sarebbe nemmeno nata, altrimenti. La crisi provocata dalle dimissioni delle ministre renziane è dunque conseguenza di due elementi molto precisi, nel frattempo venutisi a formare: da un lato, la previsione che non si andrà al voto; dall’altro, l’esigenza di scongiurare che la maggioranza giallorossa si consolidasse, avendo trovato in Giuseppe Conte il punto di equilibrio e di mediazione, quello che Zingaretti ha definito a suo tempo un «punto di riferimento fortissimo». Può darsi che la previsione si riveli errata, e che invece le cose precipiteranno in nuove elezioni, prima dell’inizio del semestre bianco: gli errori di calcolo, in una situazione fortemente aleatoria, sono sempre possibili. Ma la strategia di Renzi è chiara: scompaginare l’attuale assetto politico, evitare che diventi il profilo con il quale presentare l’esperienza di governo in corso al giudizio del Paese. Aggiungo: migliorare il Recovery Plan non poteva bastare a Renzi per la buona ragione che in termini politici il successo del Piano sarebbe un successo di questo governo, di questa maggioranza e di questo premier. (Per inciso: obiettare che così si antepongono interessi di parte a quelli del Paese significa: 1. dimenticare un’altra volta che cos’è la politica 2. dare per assodato che quello elaborato sia un buon piano, mentre non è un buon piano, semplicemente perché non è ancora un piano, né buono né cattivo, essendo privo di tutta la parte concretamente operativa).

Se questo è il disegno di Renzi, è evidente che esso è difficilmente compatibile con lo spazio politico che il premier si è conquistato e ancora proverà a conquistarsi, immagini o no di presentare una propria lista alle prossime elezioni (più sì che no, direi). Di nuovo: simpatie e antipatie avranno un peso, ma relativo. La favola dello scorpione che non può fare a meno di pungere la rana che pure lo sta traendo in salvo perché è la sua natura lasciamola, con tanti apprezzamenti, agli autori di favole, per l’appunto. Renzi non è uno scorpione, né Conte una generosa e altruistica rana. Il dato vero è che se il premier scendesse in lizza ci sarebbe di sicuro una parte di elettorato che si orienterebbe su di lui, e forse anche una prima pattuglia parlamentare. Con la non piccola complicazione che se in questa pattuglia ci fosse – come pare e dichiara – il socialista Nencini, per Renzi le cose potrebbero mettersi subito male.

Insomma, non solo le prospettive elettorali di Renzi, già ridotte, potrebbero chiudersi ulteriormente, ma gli sfuggirebbe anche il tornaconto complessivo dell’esperienza in corso: sarebbe Conte, a farne il bilancio. 

Come andrà a finire? Non penso che basti ragionare sulle mosse di Conte o di Renzi. Perché ci sono, e sono determinanti, anche il Pd e i Cinque Stelle, naturalmente. La posizione ufficiale è, per gli uni e gli altri: avanti con Conte. Ma avanti fino a che punto? Fino alle elezioni anticipate? Per rimetterci, oltre al seggio, la gestione del Recovery, per consegnare il Paese al centrodestra e perdere pure il Quirinale? Non so, non mi pare la scelta più conveniente. Se si costruirà la zattera dei responsabili, finiranno probabilmente con il salirci sopra, ma se avrà l’aspetto della prima formazione del partito di Conte nemmeno loro faranno i salti di gioia, perché forse non sarà un gioco a somma zero (o almeno: non se lo augurano), ma certo la maggior parte dei consensi al premier verranno dai bacini in cui pescano pure Pd e Cinque Stelle.

Che dire, se non che la frenesia chiassosa di Renzi e il silenzioso attivismo di Conte sono la conseguenza di una prolungata inerzia dei due partiti? Inerzia (o debolezza), che i grillini, a caccia di una nuova leadership da più di un anno, difficilmente possono superare, sicché non gli resta se non di sperare che passi la nottata, ma che il Pd dovrebbe provare a vincere con una forte iniziativa politica, se davvero vuole rivendicare una piena centralità politica. In questa legislatura e magari nella prossima. Altrimenti, perché meravigliarsi se la cosa prende l’aspetto di un duello all’ultimo sangue fra Conte e Renzi?
 

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