Il Pil a fondo e le acrobazie ​di un premier nel Paese diviso

Sabato 11 Luglio 2020 di Bruno Vespa
Una classifica dell’«Economist» sul crollo del Pil nei 42 principali Paesi industrializzati vedeva la scorsa settimana l’Italia penultima, dopo la Francia e l’Argentina e prima della Spagna. L’aggiornamento della Commissione europea del 7 luglio (-11,2 per cento nel 2020) ci precipita all’ultimo posto. Ultimi non più dei 27 dell’Ue, ma dei 42 top del mondo.

È difficile perciò non essere solidali con il presidente del Consiglio che fa il giro d’Europa fingendo di rappresentare un Paese normale: un Paese in cui una situazione tanto drammatica vede ancora i partiti di governo divaricati sui principali dossier. In cui alcune norme decisive per far ripartire l’Italia, ordinarie all’estero e da noi in ritardo di decenni, vengono approvate dal Consiglio dei ministri «salvo intese», cioè senza un accordo che ne consenta la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. A cominciare dalle leggi per sveltire i lavori pubblici.

Tutto questo avviene mentre le navi cariche di migranti vengono trattenute per giorni fuori dei porti italiani senza che ci sia la mobilitazione «umanitaria» dell’epoca salviniana e senza che si parli più di redistribuzione nei Paesi europei. E – cosa assai peggiore – mentre il ministro dell’Interno Lamorgese teme una situazione allarmante per l’ordine pubblico quando nell’autunno verranno al pettine i tanti economici e sociali aggrovigliatisi negli ultimi quattro mesi. Così come il coronavirus ha ucciso migliaia di persone debilitate da altre patologie, può dare il colpo mortale a un Paese debilitato dalla mancata crescita di vent’anni.

La nuova tempistica delle Grandi Opere sarà un vaccino sufficiente a mantenere in vita l’Italia? Prenderemo i 37 miliardi del Mes per sistemare la sanità del Sud in cui – un caso tra i tanti – la mortalità infantile del Sud è ancora di un terzo superiore a quella del Nord? Gli altri Paesi non prendono i soldi del Mes perché li comprano sul mercato a tassi migliori del nostro. E se è vero che il trattato istitutivo del Mes prevede delle condizionalità, oggi politicamente superate, è vero anche che i soldi del Recovery Fund ci saranno dati a rate sulla base di riforme che dovremo fare. Niente è gratuito, insomma. Resta la domanda se il governo, che ha esteso lo stato d’emergenza al 31 dicembre lasciandosi ampi poteri senza il consenso del Parlamento, abbia la forza per vincere una sfida di tale portata. Ma questo è un altro discorso. Per affrontare il suo autunno caldo, Macron ha sostituito il bravo e popolare primo ministro Philippe: non sappiamo se sia la scelta giusta, ma lui ha fatto tutto in due giorni. Quanti punti di Pil vale la rapidità di decidere?


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