L’analisi: il tesoro dell'Europa
che va speso fino in fondo

Giovedì 4 Giugno 2020 di ​Sergio Beraldo
Alla fine s’è sciolta la gloria e tutto è apparentemente finito in gloria. Per assicurare una ripresa sostenibile, inclusiva e bilanciata, la Commissione ha proposto di rivitalizzare il Bilancio europeo per gli anni 2021-2027, creando peraltro un apposito fondo incorporato nel bilancio stesso, «Next Generation Eu». 

Tale fondo, oltre a mostrare una certa disposizione ambiziosa e gentile nel riferirsi alla prossima generazione, ingloberà risorse per 750 miliardi di euro, raccolte direttamente sul mercato. I Paesi europei si indebiteranno congiuntamente per far fronte alle necessità rese urgenti dalla crisi. È questa la novità maggiormente rilevante. E per farla digerire a chi è riottoso, la Commissione precisa che l’intervento sarà eccezionale e temporaneo. Servirà a finanziare i necessari interventi evitando ulteriori pressioni sui già malandati, per la gran parte, bilanci pubblici.

È del tutto evidente che sebbene distribuita lungo l’arco temporale 2021-2027, la risposta europea alla crisi, anche nelle intenzioni della Commissione, dovrebbe essere concentrata nei primi anni del periodo. Affinché ciò sia possibile, è innanzitutto necessario che venga rispettata la tabella di marcia delineata dalla von der Leyen. In tale Tabella, oltre al «Parco della Vittoria», v’è la casella «Imprevisti», che potrebbe raggiungersi nel corso del Consiglio Europeo del prossimo luglio. È infatti ancora necessario sancire la proposta della Commissione con la sacralità di un accordo politico sul Quadro finanziario poliennale 2021-2027, in seno al Consiglio europeo. 

Sebbene il mondo sia diventato un grumo di incertezze, è assai improbabile che l’accordo politico non risplenderà nel sole di luglio in tutta la propria sfavillante potenza mediatica. D’altro canto un accordo v’è già stato, altrimenti la Commissione non avrebbe avanzato la proposta, rischiando poi di essere contraddetta dal Consiglio e dunque svergognata urbi et orbi. 

Ora, ci si può compiacere del risultato fin qui ottenuto, frutto in gran parte di una valutazione estremamente realistica da parte delle cancellerie europee, le quali hanno ben riflettuto sull’evidenza, non a tutti però evidente, che in assenza di un intervento adeguato avremmo presto intonato il de profundis in suffragio dell’euro. Ma il compiacimento, per quanto naturale, dovrebbe lasciare il posto ad una valutazione disincantata del percorso, invero complicato, che si snoda dinanzi ai nostri occhi.

Personalmente - ma le previsioni, come si sa, vengono azzardate affinché i fatti possano poi smentirle – ritengo che la tabella di marcia delineata dalla Commissione sarà rispettata. È cruciale che lo sia e nessuno si azzarderà a porre impaccio. Dunque le risorse del bilancio europeo saranno disponibili già a partire da gennaio 2021. Questo significa che il governo avrà la possibilità di incorporarle nella manovra di bilancio che si snoderà in autunno. 

Ma come una rondine non fa primavera, un soldo non speso non produce alcun beneficio. E non vale la rassicurazione che prima o poi i soldi si spenderanno. Occorre spenderli presto, pianificando sin d’ora le modalità della spesa.

Due sono a mio giudizio i problemi che si dovranno affrontare. Il primo riguarda la capacità d’immaginare un futuro diverso per il nostro paese in declino ormai da almeno due decenni. Il secondo riguarda la capacità di attuare ciò che s’è immaginato.

Come ha messo di recente in evidenza Bankitalia, fatto 100 il reddito italiano nel 2006, v’è la possibilità che quest’anno ci si attesti su un poco glorioso 85. Non solo ci stiamo impoverendo in termini relativi, con ciò peraltro perdendo peso politico nei consessi internazionali; ci stiamo impoverendo anche in termini assoluti. La Commissione ha delineato una visione d’Europa che corrisponde a quella in cui almeno due generazioni hanno creduto. Umana, innanzitutto, sembra di poter dire. Per rendere vitale tale visione occorrerà esibire un’insolita capacità progettuale. Occorrerà anche esibire, tuttavia, una straordinaria capacità di resistere alla tentazione. Ovvero alla miriade di interessi di bottega che non favoriscono la transizione delle risorse verso l’uso più appropriato, ma ne esigono la dispersione in mille rivoli improduttivi.

Il secondo problema è inestricabilmente connesso alla montagna di regole di cui ci siamo improvvidamente dotati. Il desiderio di allentare la selva intricata delle regole che ci opprime, è generalmente interpretato, in Italia, come un segnale di sicura connivenza con gli interessi mafiosi. Se vuoi meno regole vuoi più mafia.

È del tutto evidente come questa sciocchezza sia smentita dall’evidenza. Una catasta di regole impenetrabili, talvolta di vaga suggestione esoterica, si è nel tempo materializzata, gestita da una burocrazia invadente, che fonda sulla conoscenza spinta di tali regole il proprio potere. Ciò non impedisce alla corruzione di prosperare allegramente in lungo e in largo per il belpaese, né alla mafia di fare altrettanto. 

Dopo settimane di trattative, recriminazioni, zuffe, si guarda dunque all’Europa con una certa benevolenza. Il filo del destino è nuovamente nelle nostre mani. Intrecciato con la responsabilità che eserciteremo nel dipanarlo lungo le vie più appropriate. 
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