L'Euro, Che cosa manca: Senza
una Carta non siamo veri europei

Venerdì 31 Dicembre 2021 di Franco Cardini

Come passa il tempo! Vent’anni dopo… verrebbe da pensare ad Alexandre Dumas e al suo romanzo, compagno di tante generazioni di ragazzi (non più dei millennials, purtroppo). Così a caldo, e in questi tempi segnati dalla generale depressione che a causa del Covid ci coviamo un po’ tutti dentro, a me e ad altri ultraottantenni – siamo ormai in tanti: e le statistiche dicono che cresceremo – il ventennale dell’entrata in vigore dell’euro, richiama ohimè automaticamente la frustrazione.


Una frustrazione successiva alle numerose false partenze unitarie del continente europeo o di parte di esso che si sono succedute almeno dal 1951 con il Consiglio d’Europa e il Parlamento Europeo. Da settant’anni disponiamo di una quantità d’istituzioni che a filo di logica dovrebbero preludere a una vera e propria unione politica dei paesi e dei popoli che storicamente, geograficamente e culturalmente si riconoscono come “europei”, o della stragrande maggioranza di essi: abbiamo una bandiera che ci rappresenta, per quanto il suo aspetto e la sua storia la facciano somigliare piuttosto a un “logo” pubblicitario elegante ma poco originale e poco simbolicamente parlando rappresentativo; abbiamo un Inno comunitario la musica del quale – celebre e bellissima – corrisponde a un movimento della Nona di Beethoven dedicato a Schiller ma che non può usare i suoi versi originali e del quale non siamo stati ancora capaci di proporre un decoroso testo unitario rinnovato che possa essere intonato da tutti i suoi popoli nelle loro rispettive lingue (così come i rappresentanti dei popoli tedeschi riuniti a Francoforte nel 1848 seppero produrre invece un testo nuovo al vecchio e venerabile Kaiserlied di Haydn). 
L’Unione Europa, insomma, “c’è”: o quanto meno ce ne sono quasi tutti i presupposti sul piano economico, finanziario e tecnologico. Certo, manca ancora a questo mirabile insieme una base politico-istituzionale che possa farcene sentire sul serio e a tutti gli effetti dei “cittadini”. Non abbiamo ancora una Costituzione. È vero, vi sono Paesi illustri, dal Regno Unito allo Stato d’Israele, che ne fanno a meno. Ma nei loro casi entrano in gioco potenti valori sostitutivi: il lealismo storico e religioso nei confronti della corona nel primo caso, l’ebraicità nel secondo. Il nostro ancor labile e incerto sentimento di appartenenza, il nostro “europeismo”, non regge il confronto con alcuno di quei due valori. Una plausibile bozza di costituzione c’era, ma è scivolata anni fa sulla buccia di banana del senso da conferire alle nostra comuni “radici cristiane”: e tutto si è arenato. Ora, agli albori del terzo decennio del XXI secolo, il dilemma classico di tutti i paesi che almeno nei secolo moderni si sono candidati a un’unione sovrastatale e sovranazionale si ripropone: sceglieremo il “federalismo” proposto anni fa dal vecchio Altiero Spinelli sui modelli – forse ormai invecchiati – statunitense e tedesco, o guarderemo piuttosto a un “confederalismo” di modello svizzero, dal momento che è fuori discussione che qualcuno preferisca proporne la variabile “putiniana” della Csi (Confederazione degli Stati Indipendenti), che pur sarebbe sul piano concettuale piuttosto interessante data l’eterogeneità degli stati che a tutt’oggi compongono “l’arcipelago europeo” e la loro rispettiva vecchia, complessa storia ricca di discordie non sempre metabolizzate? 
La nostra moneta unica, l’euro, è sembrata per un momento a qualcuno (ma non a tutti) l’uovo di Colombo adatto a risolvere i problemi ancor sospesi. Non era vero. Non siamo riusciti a metterci d’accordo nemmeno sulla forma della parola che lo designa quando venga declinata al plurale: dire gli euro, difatti, può sembrare ovvio a chi abbia familiare la pronunzia francofona, ma – in analogia rispetto ad esempio al dollaro – è chiaro che in italiano dovremmo dire gli euri (e difatti gli anglofoni parlano di euros). 
Questa bizzarrìa può sembrare un’innocua “eccezione italiana”. Ma innocuo non è affatto il resto del problema. A questo punto della nostra storia comune, noialtri europei dovremmo sul serio pronunziarci con chiarezza: vogliamo o meno divenire, anche politicamente, dei cittadini europei? Vogliamo o no riconoscere finalmente l’Europa come nostra Grande Patria Comune (Grossdeutschland, dicevano i tedeschi tra Settecento e Novecento per indicare l’intera compagine germanica). In questo caso è ovvio – per quanto sarà lungo e difficile – cominciar sul serio a lavorare per un’Europa che non sarà mai “una” sul piano linguistico per ovvi motivi (neppure il Belgio e la Svizzera lo sono) ma all’unità della quale, come coscienza storica e culturale, dovremo cominciar a lavorare. Partendo dalla scuola, come avremmo dovuto fare fin da sette decenni or sono: ed è stato tempo prezioso irrimediabilmente perduto. 
Qui, appunto, il problema dell’euro diventa fondamentale. È nozione istituzionale di base che, per costituire un’autentica unione federale o confederale, sono necessarie presenza e convergenza di quattro “diritti”: quindi il “diritto di bandiera”, vale a dire l’unione istituzionale riflesso della scelta spirituale collettiva e della sua traduzione in termini giuridici; il “diritto di toga”, cioè l’unione del complesso giuridico-normativo che la esprime; poi il “diritto di spada”, che provvede a fornirne l’apparato di difesa garante a sua volta di personalità, legittimità e credibilità sul piano della contrattazione internazionale (senza forza di difesa non v’è politica estera); infine il “diritto di moneta”, segno di sovranità economica e monetaria. Questi quattro diritti – nessuno dei quali basta a se stesso - si costituiscono complementarmente ma possono affermarsi in circostanze e tempi diversi: e quello che concerne l’indipendenza economica e monetaria si afferma pienamente solo come ultimo, a chiudere il cerchio politico e istituzionale. 
Ma l’Unione Europea puntava fin dal principio ad altro, per quanto molti europei l’avessero ingenuamente frainteso. Si trattava di costituire un’efficace Zollverein, un organismo governabile da élites finanziarie e imprenditoriali che avrebbero collaborato con le varie potenze del mondo lasciando però da parte quel che, in quanto appunto élites sotto il profilo socioeconomico, non le interessava. L’Unione Europea non avrebbe mai dovuto essere una vera e propria “Patria”, e come tale non avrebbe mai dovuto far politica. L’esser cresciuta come un gigante economico, finanziario e tecnologico e come un nanerottolo politico non è stata la conseguenza di una serie di errori: era insito nel suo atto costitutivo, al di là di alcuni suoi protagonisti storici (e se ne accorse lucidamente Robert Schuman: e fu la disperazione dei suoi ultimi anni). La cartina di tornasole fu la Ced, il progetto di “esercito europeo” (Comunità Europea di Difesa) immediatamente abortito per congiunta ancorché opposta volontà di Usa, Urss e governi micronazionalisti europei. Al posto della Ced nacque e prosperò la Nato, organizzazione militare che unisce Usa, Canada ed Europa e gli Alti Comandi della quale sono tutti rigorosamente stretti nelle mani di ufficiali non europei.
Il neomicronazionalismo, oggi rinato sotto le spoglie dei vari movimenti “sovranisti”, detesta l’euro in quanto lo sa prodotto di una realtà controllata da enti privati e che sfugge del tutto al controllo dei pubblici poteri dei singoli stati europei. D’altronde, se i sovranisti fossero autenticamente quel che dicono di essere, il loro primo obiettivo polemico dovrebb’essere la Nato i dirigenti della quale non rispondono a nessun governo europeo. Ma essi sanno bene, razionalmente, che in quel caso la loro sarebbe la sfida di David contro Golia: che, dopo quella biblica, non ha alcuna probabilità di riuscire di nuovo. Meglio quindi sfogare contro extracomunitari, homeless e migranti il loro “Va’ fuori d’Italia – va’ fuori o stranier”. 
E l’euro resta quello che è. Una moneta nata sulla base di molti equivoci (teniamo presente l’impoverimento di fatto ch’essa causò all’atto del suo imporsi in tutte le categorie “a reddito fisso”), che in vent’anni non si è guadagnata la simpatia di chi la usa ma che al tempo stesso è comunque stimato per la sua solidità quanto meno apparente e per la considerazione dalla quale è circondata sul piano finanziario istituzionale. 
Tutto ciò è molto: ed è cosa saggia considerarlo un traguardo irreversibile. Ma, pur rimanendo anche uno strumento virtualmente indispensabile all’unità della “Nuova Patria Europea”, non si è finora dimostrato utile alla sua costruzione. Che, se mai riuscirà ad imporsi, lo sarà solo su basi politiche: un domani, questo, che appare ancora molto lontano a chi si ostina ad auspicarlo o a sognarlo. Né saranno i colloqui tra Draghi e Macron a fornirgli forza necessaria. Ammesso pure che ciò possa essere nei loro anche più remoti disegni. 
 

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