L’intolleranza dell’arte che censura Israele

di Fabrizio Coscia
Martedì 27 Febbraio 2024, 23:30 - Ultimo agg. 28 Febbraio, 06:00
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Una lettera firmata da piùdi settemila artisti e operatori culturali chiede l’esclusione diIsraele dalla Biennale di Venezia, che si terrà dal 20 aprile al 24 novembre. «No al Padiglione del Genocidio» scrivono ifirmatari, con toni perentori, ben poco pacifisti.I venti di guerra a Gaza arrivano a soffiare, dunque, anche sulla laguna veneta, con le inevitabili polemiche

È un tema caldo, caldissimo, quello del conflitto israeliano-palestinese, piùdiviso chemai. Alla Biennale non parteciperà la Russia, per la seconda edizione consecutiva, e non perché qualcuno glielo abbia impedito, ma per scelta degli stessi artisti del padiglione, che diserteranno di nuovo la manifestazione in segno di protesta contro il proprio governo impegnato nella guerra di aggressione in Ucraina da due anni. Che cosa dice invece l’artista del Padiglione Israele? Vale la pena leggere il messaggio di Ruth Patir, videomaker e regista: «Siamo rimasti sbalorditi e terrorizzati dagli orrendi attacchi del 7 ottobre da parte di Hamas che hanno brutalmente distrutto la vita di tanti nostri parenti, amici e conoscenti. Il nostro immenso senso di dolore è aggravato dalla profonda preoccupazione per la crescente crisi umanitaria a Gaza e si estende alla tragica perdita di vite umane lì, e a ciò che deve ancora succedere».

È possibile, si è chiesta Patir, «andare avanti e continuare a fare arte e pianificare la mostra per il padiglione israeliano, in questi tempi bui»? La risposta dell’artista israeliana è stata sì. Rinunciare a esserci in «uno spazio per l’arte, per la libera espressione e creazione, in mezzo a tutto ciò che sta accadendo» significherebbe lasciar vincere gli estremisti, da una parte o dall’altra.Come darle torto? Bisogna riflettere su questo aspetto della questione uscendo dall’assurda logica binaria del tifo da stadio che domina sempre di più i social e le piazze,una logica per cui si preferisce sventolare la propria bandiera, proclamare slogan con l’hashtag, sentirsi dalla parte «giusta», piuttosto che confrontarsi con la complessità della Storia e le contraddizioni del presente.

Chiedere di proibire la presenza di Israele alla Biennale (iniziativa peraltro criticata dal ministro Sangiuliano)non è la soluzionemigliore per il dialogo.

Lo abbiamo già affermato a novembre scorso, quando Zerocalcare decise di non partecipare a Lucca Comics per il patrocinio dell’ambasciata di Israele. E lì si è trattato comunque di una scelta individuale, per quanto discutibile. Qui siamo di fronte, invece, a una richiesta di censura nei confronti di un’artista da parte di altri artisti. «Boicotta Israele», del resto, è il nuovo mantra di questi giorni: si invita a boicottare persone, marchi, prodotti, perfino i datteri di una nota catena alimentare italiana biologica perché provenienti da Israele, tra l’altro da kibbutz che sono laboratori esemplari di convivenza pacifica tra lavoratori di diverse etnie. Ma tant’è. Perché non chiedere, già che ci siamo, anche alle librerie di tutta Italia di non esporre le opere di Amos Oz, Abraham Yehoshua e David Grossman (ma forse qualcuno lo ha già fatto)? Guai a tacciare di antisemitismo queste posizioni, vi sentirete rispondere, piccati, che non bisogna confondere antisemitismo con «antisionismo», altra parola d’ordine di questi giorni, usata perlopiù senza sapere quanti diversi significati comprenda la parola «sionismo».

E allora la domanda che vorremmo rivolgere ai firmatari dell’appello è questa: davvero credete che l’arte e gli artisti, di qualunque provenienza siano, debbano tacere, in un momento come questo? Così come abbiamo giudicato ingiuste e grottesche le censure contro direttori e cantanti russi, e il «boicottaggio» della letteratura russa per l’invasione in Ucraina, oggi riteniamo altrettanto ingiusta e grottesca la vostra richiesta di chiudere le porte della Biennale al Padiglione di Israele, a maggior ragione perché Israele, a differenza della Russia, ha subìto il 7 ottobre una dichiarazione di guerra da parte di Hamas con un attacco senza precedenti, come ha giustamente ricordato Ruth Patir. Fare arte per la pace, allora, dovrebbe essere l’unica strada da percorrere. Non rinunciare a «uno spazio per la libera espressione e creazione, in mezzo a tutto ciò che sta accadendo» è l’unico messaggio da lanciare al mondo. Che proprio degli artisti non lo capiscano è davvero un triste segno dei nostritempi bui.

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