L'istruzione e i giovani senza futuro

Venerdì 5 Giugno 2020 di Paolo Balduzzi
Nella girandola di numeri, cifre e progetti che imperversano sulle prime pagine dei giornali e sulle bocche e - si spera - anche le scrivanie dei politici, brilla e preoccupa l’assenza di quello che dovrebbe essere invece un elemento fondante di ogni società, ancor di più in una fase di ricostruzione come quella che ci aspetta: la scuola. 

Non che prima dell’emergenza coronavirus il tema scaldasse particolarmente il cuore del legislatore (quello in carica e molti di quelli che lo hanno preceduto). 

Basta uno sguardo alle cifre per ricordarci che l’istruzione, ad ogni ordine e grado, non è certo mai stata una priorità: la spesa per l’ istruzione in rapporto al Pil è infatti inferiore al 4% nel nostro Paese, ben al di sotto della media Ue (5%). 

A poco serve ricordare che siamo il Paese più anziano dell’Unione Europea (e il secondo al mondo), perché anche guardando ai dati pro capite aggiustati per l’età la situazione resta drammatica e migliora solo di poco. Volendo poi andare oltre alle cifre, che ovviamente raccontano solo una parte della realtà, la cronaca di questi ultimi mesi ci ha raccontato la storia di un Paese che ha dovuto affrontare molte difficoltà, che ha saputo meritoriamente risolverne alcune ma che non ha voluto occuparsi davvero di altre.

Lo sanno bene i 7 milioni di alunni e studenti, di cui oltre 200.000 con disabilità, che da un giorno all’altro hanno perso il contatto con le loro insegnanti, con i loro professori, con i compagni di classe, e che ancora oggi non sanno se, quando e come torneranno in classe a settembre; lo sanno bene le loro famiglie, composte da genitori trasformati improvvisamente in docenti, provvisti di nessuna formazione specifica e armati solo - nella migliore delle ipotesi –di un tablet e di tanta buona volontà; e lo sanno bene i docenti, oggi più di ieri divisi tra chi a distanza ha lavorato in maniera ancor più impegnata e creativa di prima e chi invece si è adagiato, senza che il giudizio e la soddisfazione di alunni e genitori possa mai riconoscere e valorizzare concretamente l’impegno dei primi.

L’ultimo esempio di questa atavica pigrizia del legislatore sul tema è la sorte del cosiddetto “decreto scuola” che, per colpevole indecisione e divisione della maggioranza, nonché per colpevole ostruzionismo dell’opposizione, rischia di decadere se non verrà definitivamente approvato entro domenica. E con esso i finanziamenti che, tra le altre cose, dovranno permettere di svolgere in sicurezza gli imminenti esami di maturità. Eppure l’occasione è davvero unica. Lo si è già ormai scritto alla noia, commentando le grandi opportunità che le risorse a disposizione nei prossimi mesi e anni possono offrire al Paese. 

E avendo sofferto più di tutti in questi mesi, la scuola dovrà a questo punto meritarsi anche le ambizioni più grandi. Che però dovranno essere davvero adeguate, non solo simboliche. Investire sulla sicurezza scolastica non può infatti limitarsi a fornire spray igienizzanti, ma significa garantire dei tetti che non perdano acqua quando piove; e non può esaurirsi con la costruzione di una barriera in plexiglas per fermare un virus, ma deve diventare innanzitutto una parete che non crolli addosso agli studenti; e non può infine voler dire che sarà una semplice e caduca mascherina di carta a proteggere gli alunni delle classi pollaio, bensì un serio e diffuso piano infrastrutturale dedicato a tutte le scuole, da quelle dei centri città a quelle di provincia. 

Del resto, se il Paese è passato in poche settimane dalla fase 2 alla fase 3, c’è da chiedersi come mai solo le scuole siano rimaste ferme alla fase 1. Come è possibile infatti che sia più pericoloso condividere un’aula che marcare stretto un attaccante durante una partita di campionato? E come è possibile che i cinquantenni possano tornare a lavorare in fabbrica e in ufficio ma non a fare lezione in una classe? 

Ma progettare la scuola del futuro non può nemmeno limitarsi all’ambito infrastrutturale. Perché è lo stesso welfare famigliare e occupazionale che va riprogetto. Scaricare il costo della chiusura sulle famiglie ha causato un acuirsi delle disuguaglianze e degli abbandoni, non solo tra gli studenti ma anche in ambito occupazionale. La colpevolezza di questa situazione non è del resto limitata alla sola politica. Ogni tentativo di riforma, specialmente quando caratterizzata da valutazioni meritocratiche dei docenti, è stata spesso ostacolata dai sindacati. 

E anche gran parte dell’opinione pubblica, con rare e meritorie eccezioni, si è sempre occupata di altro, relegando l’istruzione al ruolo di ultima ruota del carro. In questi mesi ci si è indignati per i tagli operati alla sanità; ma dove era questa indignazione quando i tagli riguardavano l’istruzione? Senza istruzione non esistono mobilità e promozione sociale, non esiste progresso. Senza istruzione, non esiste speranza; e i pochi che se lo potranno permettere, preferiranno lasciare il paese. Senza istruzione, non esiste futuro: inutile dunque felicitarsi per i miliardi europei, se alla fine quel ricco ma esauribile capitale finanziario non verrà trasformato nel ben più prezioso e strategico capitale umano.Ultimo aggiornamento: 6 Giugno, 07:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA