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La Capria, quel patto silente col Tempo

Lunedì 27 Giugno 2022 di Silvio Perrella

Pensare Raffaele La Capria morto è un controsenso. Lui, che aveva stipulato un patto silente con il Tempo, della morte non aveva paura. Era piuttosto il rovescio della vita; qualcosa di simile a una grotta sottomarina dove ti potevi trovare all’improvviso nella strettoia tale da levarti la gioia del respiro.

L’immagine a cappio si presentava nei sogni e bisognava armarsi di pazienza e deduttività per trovare la via d’uscita utile al ritorno in superficie. Bisognava guardarsi intorno nel silenzio acquoreo della profondità, finché la soluzione era trovata: sodalizio armonico tra corpo e mente.

La vera armonia perduta per Raffaele consisteva in ciò: lo slegarsi della mente dal corpo. Ecco perché aveva messo in esergo a Un giorno d’impazienza, il suo libro d’esordio, i versi di Prevert nei quali si dice che la mente lasciata da sola mente monumentalmente. 

Mai lasciare da sola la mente; e mai pensare che il solo corpo possa trovare la soluzione, Proust docet.

Raffaele La Capria, nel suo essere vichiano per istinto, si era forgiato un illuminismo del cuore tutto suo, fatto di malinconie e di amorosi sensi, di mondo emerso e di mondo sommerso; laddove, diceva, le cose acquistano meraviglia. Per approdarvi c’era voluta una gran pazienza; era stata necessaria una disciplina da tener nascosta con l’arte della sprezzatura. 

Lo stile dell’anatra, da lui prediletto e reso icona, non prevedeva increspature della superficie; il lavorio indefesso bisognava farlo in souplesse, con leggerezza suprema e occhio ironico. Raffaele La Capria è stato il più napoletano dei napoletani. Come uno di quei pesci che sanno risalire il tempo, simile allo scorfano di Gemito, era riuscito a riscoprire la grecità della sua origine. Quel che gli stava a cuore prendeva il nome di misura; quella misura che forse il solo Nicola Chiaromonte era riuscito a definire con potente naturalezza concettuale. Un qualcosa mai fermo; un senso del limite che avverti quando lo superi; un orizzonte mobile dove essere uomini è conoscenza di nemesis dopo la tentata e inutile hybris.

Ecco perché ogni fibra dell’opera di La Capria aspira alla bella giornata, sapendo che non esiste luce senza l’attraversamento dell’ombra; che Armonia è fragile coronamento; meta agognata e irraggiungibile ancor di più se raggiunta a millimetri negli attimi dell’estro quotidiano.

Far di una cosa così quotidiana un vero e proprio mito è stato il capolavoro di uno scrittore assolutamente mediterraneo, forse l’unico erede italiano di Albert Camus.

È per questo bella giornata va scritto in corsivo. Perché non deve assolutamente confusa con la bella giornata usuale, inconsapevole, quella vissuta dai principi dell’apparenza, dai leoni al sole che tra costiere e isole dissipano il proprio tempo in fatuità irrilevanti.

Raffaele aveva sempre saputo che la vita è una costruzione della coscienza dove nulla ti viene regalato e dove essere feriti a morte è solo un inizio, una falsa partenza. Non è un caso che False partenze volle fosse il titolo della sua autobiografica intellettuale, sulla scorta di Fitzgerald e del Candide volterriano. E fu così preciso nell’autodescrizione di sé da poter fare delle sue pagine una diagnosi generazionale, come intuì Italo Calvino. Una generazione nata insieme al Fascismo, capace di fare i conti con la Storia, traghettatrice prima appassionata e ben presto disincantata verso un’Italia che non fosse la solita Italietta.

Raffaele aveva incontrato lungo il suo percorso uomini come Ernesto Rossi e lo stesso Chiaromonte; e aveva imparato una sua originale equidistanza da tutto. 

E anche la sua sordità a volte era uno strumento per tenere a bada l’insignificanza dilagante come schiuma marina all’abbrivio.

Che maestro di fuggifuggi è stato Raffaele! Quando avvertiva la nota stonata si rintanava nell’altrove a velocità supersonica, spigola che sguscia illesa nei fondali come nelle pagine iniziali di Ferito a morte.

Gli piacevano quelli che definiva esercizi superficiali! Gli piaceva che fossero intessuti di senso comune e che la mosca nella bottiglia si facesse un’idea della propria prigione per virtù laboriosa d’immaginazione.

Come il capitano McWhirr del Conrad di Tifone, sapeva condurre l’imbarcazione del pensiero all’approdo; e l’approdo prendeva a volte la forma di Cala Ventroso, una piccola baia caprese fatta di sassi levigati dalle onde e dal tempo suonanti nel loro incessante rotolarsi di ghiaccio tritato. E giunto lì si metteva in ascolto; la sua sordità spariva e sapeva aprire l’udito al cri-cri degli uccelli-pesci. Cosa voleva dire quel cri-cri? Ascoltare, non tentare spiegazioni, era il suo motto implicito.

Adesso è lui - il nostro adorabile big fish -, a emettere il suo cri-cri; dopo aver trovato la fenditura che dall’angusta grotta marina l’avrà di sicuro ricondotto nell’aria aperta impazzita di luce.

Ultimo aggiornamento: 28 Giugno, 06:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA