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La cultura può salvarci
ma i progetti restano fermi

Domenica 22 Maggio 2022 di Adolfo Scotto di Luzio

Napoli capitale permanente della cultura del Mediterraneo. Lo ha annunciato il ministro Franceschini quando, in visita al capoluogo campano, ha detto che qui si riuniranno il 16 e il 17 giugno prossimi i ministri della cultura dei paesi rivieraschi, europei, africani e mediorientali. È abbastanza singolare però che, Pompei a parte, il ministro permanente della cultura italiana (lo è, salvo breve interruzione, dal 2014), dovendo parlare della città non ha potuto fare riferimento ad altro che al modello di investimento culturale costruito da un soggetto privato, Banca Intesa, che ha appena inaugurato il trasferimento nella sede dell’ex Banco di Napoli, progettata in epoca fascista dall’architetto Marcello Piacentini, della straordinaria collezione delle sue “Gallerie d’Italia” finora ospitata a Palazzo Zevallos Stigliano. 

La banca non è solo un ente museale, ma sviluppa anche un programma di salvaguardia del patrimonio artistico nazionale, finanziando ogni due anni il restauro di opere che vengono poi presentate al pubblico nel ciclo di esposizioni intitolato per l’appunto Restituzioni. Banca Intesa, dunque. Ma per il resto? L’intervento pubblico è piuttosto scarso. Ci sono i teatri, innanzitutto. Il San Carlo, ad esempio, e la nota polemica tra il presidente della Regione e il sindaco sul mancato contributo del Comune di Napoli. E poi il Mercadante. Manfredi continua a ripetere che farà la sua parte, ma lo scambio proposto in modo reiterato tra difficoltà finanziarie e retorica dello sviluppo turistico non regge. Ancora ieri, i giornali cittadini riportavano l’affermazione abusata di Napoli «motore dello sviluppo economico della regione con il suo milione di visitatori solo il mese scorso».


Un milione è tanto o poco, quanti ce ne sono stati nelle altre città italiane, per esempio? A Milano, Firenze, Roma, solo per citare altri “motori” turistici? Soprattutto, un milione rispetto a cosa? Il mare, le isole, l’enorme patrimonio storico artistico, sappiamo delle potenzialità di Napoli. E allora, un milione è tanto o è poco? Se esiste un sistema Napoli che integra o così dovrebbe essere, arte, storia, cibo e divertimento, un milione è l’indicatore di un sistema utilizzato a pieno? Le Gallerie d’Italia sono un luogo molto bello e piacevole dove spendere il proprio tempo. La città è stupenda, ma basta girare per le vie del centro per capire benissimo e in poco tempo che l’inaugurazione di una nuova sede museale non sposta di un centimetro i termini del problema Napoli. Gli esempi si possono moltiplicare a piacere. Ieri era la Galleria Umberto, oggi è Palazzo Fuga, l’Albergo dei Poveri a Piazza Carlo III. Un monumento triste e desolato alla retorica pubblica in cui a Napoli sembrano specializzati politici e chiunque sappia tenere una penna in mano. In astratto quel luogo è tutto. Tempo fa, qualcuno immaginò pomposamente una scuola della creatività meridionale e poi ci sono i progetti, tanti e ripetuti nel corso del tempo, di portarvi i fondi della Biblioteca nazionale, o dell’Archivio di Stato. Tutte cose in sé interessantissime. L’idea di avere un luogo efficiente e ben organizzato dove poter disporre dello straordinario patrimonio bibliografico napoletano, dei suoi manoscritti o dei documenti storici, nonché di sale di lettura concepite in modo moderno, ma anche di un centro multimediale delle arti e della scrittura, chi direbbe di no?

Il problema è che nessuno fa niente. Tutto nasce e si esaurisce nello spazio di un convegno, di una tavola rotonda. Poi c’è la realtà, il desolante quotidiano urbano. Palazzo Fuga è una metafora perfetta in questo senso. Una facciata monumentale messa a copertura di uno sconsolante abbandono. Il problema a Napoli in nessun caso è costituito dalle idee. E’ la determinazione a metterle in atto, a realizzarle. Tra volontà politica e patetico velleitarismo, la differenza sta tutta qui. È così che la cultura a Napoli ancora una volta diventa il brand di una città in cerca permanente e disperata di identità. 


Un segno vuoto, una specie di moneta falsa da scambiarsi nei piccoli traffici tra i colti locali e nei molti convenevoli cui sono da sempre adusi: Napoli città della cultura e perché no, capitale culturale del Mediterraneo. Proprio la sproporzione tra l’occasione e le parole che questa genera è la migliore e impietosa attestazione della effettiva marginalità della città. Un privato, per quanto meritorio, inaugura una nuova sede museale e la politica addita i radiosi orizzonti di un impero spirituale virilmente proiettato sulle ampie distese azzurre del mare nostrum. Sarà poi interessante vedere i partecipanti dell’incontro di metà giugno. Gli egiziani, tanto per fare un esempio, ci saranno? In fondo anche loro sono un paese mediterraneo. Qualcuno gli chiederà conto dei massacratori del povero Giulio Regeni o del trattamento fatto allo studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki? E se non invitiamo gli egiziani, ma gli esempi si potrebbero moltiplicare viste le condizioni politiche del Mediterraneo e lo stato in cui versano popolazioni, gruppi di opposizione e semplici minoranze in molti dei paesi della sponda sud e mediorientale del fu Mare Nostro, che idea di spazio culturale, e sulla base di quali presupposti geopolitici, il famigerato incontro di ministri annunciato da Dario Franceschini intenderà promuovere? Naturalmente, il Mediterraneo è mare di pace. Si prevedono tavole rotonde.
 

Ultimo aggiornamento: 23 Maggio, 16:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA