La visione urbanistica che manca a Napoli

Sabato 4 Dicembre 2021 di Eugenio Mazzarella

Napoli ha bisogno di una visione del suo futuro, se vuole averlo. È un luogo comune per chiunque ne abbia a cuore le sorti. Che se ne importi e si faccia veramente carico, per dirla con Pino Daniele che se ne intendeva, di non farla restare ’na carta sporca. Questo lavoro di “ripulitura” non della sua immagine (che lascia il tempo che trova e ha variabilità stagionali), ma della sua sostanza di città, passa in parte considerevole per una sua rinnovata visione urbana, e urbanistica. Urbana: quali scorci, quale vista offrire a chi passa tra le sue strade. Urbanistica: quali funzioni efficienti di vivibilità cittadina quotidiana offrire a chi ci vive. Il che vuole dire certo progettare “nuova” città, ad esempio a Bagnoli, riuscendo a trovare un giusto equilibrio di costruito, di funzioni, di verde e di riconquista dell’ambiente. O ancora a Pianura, potrebbe voler dire prendere di petto l’illegalità urbanistica del quartiere, che o si butta giù e si ripristina la legalità (cosa ovviamente impossibile) o si condona a condizioni di riqualificazione urbana del territorio e di introiti importanti da sanzioni, tali da ristorare le disastrate casse del Comune. 

Ma oltre a questa progettazione o riprogettazione di pezzi di città, c’è bisogno di rivederne la scenografia del suo estesissimo centro storico. Per intenderci un progetto tipo Sirena, un intervento di decoro restaurativo di facciate, androni, cortili e più in generale degli edifici. Ma più ancora c’è bisogno di un’architettura e un’urbanistica del “togliere”, la vera sfida dell’urbanistica e dell’architettura del futuro in metropoli la cui facies e la cui struttura sono state stravolte nel Novecento da un funzionalismo senza qualità della tecnologia (non posso chiamarla architettura) del cemento armato. Tecnologia facile da usare e quindi sganciata da ogni riferimento storico-contestuale e da ogni indigenismo dei materiali.

La bellezza di Napoli sta nel tufo su cui e di cui (con in suoi vincoli estetici e tecnologici) è stata costruita. La viabilità dell’asfalto e il palazzinarismo (anche di “lusso”, vedi la collina di Posillipo) del cemento armato l’hanno in gran parte sfigurata. Ma non tutto è perduto. Se si ricorrerà – considerata la raggiunta maturità ecologica e storico-ambientale della coscienza dell’architettura e dell’urbanistica contemporanea – all’arte del “togliere”, di un riequilibrio tra pieni e vuoti nel tessuto della città.

Così mi immagino ad esempio un poderoso intervento sul centro storico da qualificare come campus universitario nel perimetro da Corso Umberto ai decumani, da Toledo a via Duomo (alla fine un metter ordine in quel che c’è, creando così forse il campus universitario più bello del mondo). Oppure la riacquisizione a spazi aperti a verde di ogni angolo possibile di città, buttando giù – non per ricostruire, ma per rigenerare i luoghi – un’edilizia senza alcuna qualità e spesso indecente, che talora si chiede di riqualificare inventandosi funzioni (per dare un senso alla cosa) che potrebbero ben essere svolte altrove, dove magari già sono svolte. E non si tema che questo approccio del “togliere” sia un freno all’economia del mattone. Come chi ben sa abbia almeno avuto a che fare con lavori condominiali, una parte rilevantissima dei costi sta in ponteggi, abbattimenti di struttura, conferimento a discarica. Insomma, per farla breve, tra costi del togliere e sensata riqualificazione a verde o a spazi dei vuoti così guadagnati, i soldi girerebbero lo stesso. E sarebbero più o meno gli stessi. Ma almeno sarebbero spesi meglio. Arriverei a dire, provocatoriamente, se necessario dateli “a gratis”, per non fare, piuttosto che per far male. Perché il far male non solo ti svuota le casse, ma ti resta sullo stomaco per generazioni.
 

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