Libero De Rienzo e il ciak al Mattino: «Giancarlo? È diventato un mio amico»

Sabato 17 Luglio 2021 di Titta Fiore
Libero De Rienzo e il ciak al Mattino: «Giancarlo? È diventato un mio amico»

La scena davanti all’ingresso di via Chiatamone fu una delle ultime a essere girata. Giancarlo Siani fa per entrare al giornale, una mano sulla pesante maniglia di ferro, si volta a guardare qualcosa, qualcuno. Libero De Rienzo somigliava al suo personaggio in maniera impressionante: il ciuffo liscio sulla fronte, gli occhiali leggeri, la camicia candida. Uguali. 
Quando il cronista del «Mattino» fu barbaramente ucciso dalla camorra sotto casa sua, la sera del 23 settembre dell’85, l’attore era solo un bambino. Diceva che grazie al film aveva scoperto un mondo: «Non sapevo quasi nulla di Giancarlo, ero troppo piccolo quando morì». Spiegava che con il regista Marco Risi, con gli sceneggiatori Andrea Purgatori e Jim Carrington (e la consulenza di Maurizio Cerino) avevano cercato di capire la persona, dietro il ruolo, e di raccontare la vita, la passione per il mestiere di un ragazzo innamorato del giornalismo e determinato a raccontare la verità, «a fare bene il proprio lavoro». Semplicemente. Coraggiosamente.

Il titolo, «Fortapàsc», avrebbe dovuto dare subito l’idea di un territorio assediato dalla criminalità organizzata. «Non siamo mica a Fort Apache», dice Giancarlo in un punto della sceneggiatura, insofferente all’idea dello strapotere dei clan. «No, Siani, vi sbagliate, qui siamo proprio a Fort Apache», replica il suo interlocutore, tagliando corto. Dopo il forfait di Stefano Accorsi, Risi aveva voluto nei panni del giornalista proprio il protagonista di «Santa Maradona», interprete di grande carattere che aveva dalla sua origini napoletane (era nato a Forcella, il papà Fiore era assistente alla regia di Citto Maselli) e sguardo limpido: «Mi sono piaciuti il suo modo di proporsi, la sua passione e il suo talento». E lui, Libero, per tutti quelli che gli volevano bene Picchio, nei giorni delle riprese diceva sorridendo al nostro giornale: «Giancarlo è diventato un mio amico, un confidente, conosce tutti i miei segreti». Per convincerlo ad accettare il ruolo, il regista gli raccontò che il film sarebbe stato presentato in anteprima al San Carlo, con il viatico del Presidente della Repubblica Napolitano. E così andò.

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Il cinema ha tempi lunghi e la scena davanti al «Mattino», che nel film dura pochi minuti, prese mezza giornata. Nella pausa pranzo Risi, De Rienzo, il direttore della fotografia Marco Onorato, i tecnici del set, si riversarono nella mensa del giornale mescolandosi ai redattori. Anni dopo, parlando di «Fortapàsc», Libero raccontava di essere stato colpito soprattutto da una battuta, quella sulla presunta differenza tra i giornalisti-giornalisti, che non hanno paura di esporsi, e i giornalisti-impiegati, che tirano a campare: «È una distinzione che, a ben vedere, si può applicare a tutti i mestieri». E spiegava di essersi sentito accompagnato, durante tutta la lavorazione, da «un sentimento generale intensissimo» di appartenenza, un sentimento di adesione emotiva alla storia che raramente si riscontrava su un set. Come se Giancarlo fosse diventato di tutti. Non un santino. Ma un giovane che aveva vissuto con la schiena diritta.
Nel film è la voce di Libero/Siani a fare da filo conduttore fuori campo, raccontando fatti e ambienti. Lo si vede, all’inizio, percorrere una strada panoramica di Napoli al volante della famosa Mehari verde, ritrovata per caso da un rivenditore di provincia con il libretto di circolazione intestato al giornalista assassinato dai killer di camorra, con la residenza ancora fissata a Torre Annunziata: «Chi poteva immaginare che da lì a un’ora mi avrebbero ucciso...». Lo si vede, alla fine, uscire dal giornale a tarda sera per andare verso casa, al Vomero, incontro al suo tragico destino.

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«Giancarlo aveva urgenza di dire la verità, la sua sola preoccupazione era che i lettori la capissero», notava De Rienzo nei giorni della presentazione del film alla città, tra l’anteprima sancarliana e gli incontri con gli studenti universitari e con i ragazzi a rischio napoletani. Aveva studiato a lungo il personaggio, Libero, anche guardando e riguardando il corto «Mehari», realizzato anni prima da Gianfranco De Rosa, che poi era diventato produttore esecutivo di «Fortapàsc». E a chi gli chiedeva che cosa avesse capito di quella vicenda così drammatica e controversa, chi fosse per lui Giancarlo Siani, rispondeva: «'Nu bravo guaglione».
 

Ultimo aggiornamento: 17:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA