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Lo storico Ricciardi: «Europa grande con i sacrifici dei migranti»

Domenica 7 Agosto 2016 di Marilicia Salvia
Le campagne arse dal sole, i cantieri senza regole. Ieri le miniere di Marcinelle, oggi la raccolta di pomodori e le altre mille forme di sfruttamento, lo stesso meccanismo avido e vigliacco che guarda solo al business lasciandosi dietro le vite dei più disgraziati. Italiani allora, africani o asiatici adesso, la storia dell’emigrazione si ripete uguale: «Le analogie sono evidenti», dice Toni Ricciardi, docente di storia delle migrazioni all’Università di Ginevra e autore del saggio «Marcinelle, 1956», che in una Charleroi scossa dall’attentato di sabato partecipa alle celebrazioni del sessantesimo anniversario di quella tragedia.

Professore, qual è la lezione che può arrivare dal sacrificio di Marcinelle in questo clima di violenza e paura, e mentre ancora migliaia di migranti premono alle nostre frontiere? 
«Le lezioni sono tante, il punto è se da esse si vuole imparare davvero. Dagli accordi bilaterali all’imposizione di quote, fino ai referendum anti-immigrati, l’esperienza dell’emigrazione italiana è un vero paradigma in questo campo. Noi le abbiamo subìte tutte. Ora l’Europa sta andando a tentoni, mentre il nostro recente passato dimostra chiaramente che non c’è comunità che cresce senza il contributo di tutte le sue componenti. Il Mediterraneo è stato culla di civiltà quando era crocevia di condivisione». 

La tragedia di Marcinelle era ampiamente annunciata, si scavava in una miniera ormai esaurita e insicura. Fino all’incendio in cui morirono 136 minatori italiani.
«Sì, insieme a un altro centinaio di undici diverse nazionalità. Fu così che l’opinione pubblica belga scoprì le condizioni disumane cui erano condannati i minatori. Paghe da fame, orari impossibili, sforzi inimmaginabili. E, fuori dalle miniere, famiglie ammassate in quelli che durante la guerra erano stati campi di concentramento».

Eppure il flusso migratorio dall’Italia in quegli anni fu costante. Qual era il miraggio?
«Dopo la guerra l’Italia sconfitta e affamata non vedeva prospettive e così le braccia di migliaia di nostri connazionali furono garantite al Belgio da una serie di accordi tra i due governi. Fu una vera emigrazione di Stato. In cambio di un flusso di duemila minatori alla settimana Roma avrebbe dovuto avere un tot di carbone, cosa che peraltro non avvenne mai».

Una trappola, insomma.
«Un meccanismo perverso. Nel quale sguazzavano rappresentanti di presunte cooperative ma in realtà faccendieri al soldo dei proprietari di miniere che giravano nei paesi più arretrati del Veneto, dell’Abruzzo, di tutto il Sud per reclutare clandestinamente la forza lavoro. Povera gente ignorante, che partiva con la speranza di assicurare una vita migliore alla propria famiglia senza sapere niente delle condizioni allucinanti che avrebbe dovuto sopportare».

Sembra di sentire le storie dei migranti di oggi.
«Già. Partire a tutti i costi, affidandosi a chi fa capire che ne sa più di te, nella convinzione che comunque andrà sarà meglio che restare a casa. E non è l’unica analogia. Queste reti clandestine imponevano una tariffa a chi voleva partire: cinquemila lire in cambio di passaporto, documenti di viaggio, certificati medici».

Era tanto?
«Moltissimo. La spesa effettiva non superava le 500 lire».

E così le famiglie si indebitavano, per poi finire all’inferno.
«Esatto. Finivano nelle mani dei trafficanti di esseri umani, proprio come i profughi di oggi. Fino all’incendio di Marcinelle. Che avviene nel 1956, paradossalmente quando il carbone come fonte energetica non vale più nulla, quando si apre il canale di Suez e il petrolio comincia ad alimentare con l’industria il nuovo ciclo di benessere che investirà tutta l’Europa».

Sono gli anni del boom economico, eppure l’emigrazione italiana non si ferma: perchè?
«Sono gli anni in cui l’Europa del Nord diventa grande e potente e lo diventa anche grazie al sacrificio degli italiani. Queste celebrazioni servono anche a recuperare questa memoria storica. Si dimentica che l’Italia puntò sull’emigrazione come una vera e propria risorsa: non a caso nel 1949 De Gasperi disse agli Usa di essere pronto a rinunciare al piano Marshall in cambio della possibilità data agli italiani di continuare a emigrare. Le rimesse degli emigrati dalla Germania, dalla Svizzera, dal Belgio, dagli Stati Uniti aiutarono l’Italia a ripartire, esattamente come il lavoro degli italiani in quei Paesi contribuì grandemente al loro sviluppo».

È la stessa Europa che oggi alza muri. Sbaglia?
«Sbaglia a non ricordare che senza stranieri crollerebbero le economie, e che non potrebbero essere garantiti tessuto sociale e diritti senza l’apporto di nuove braccia. Non c’è dubbio che l’immigrazione porti con sè problemi di gestione, tuttavia non si può sostenere questo tacendo allo stesso tempo sui vantaggi economici che derivano da queste presenze».

È la vendetta degli italiani considerati a lungo brutti sporchi e cattivi?
«No, il fenomeno è europeo. Ma i dati ci dicono che minore è la presenza di stranieri in un dato territorio, maggiore è il successo dei partiti xenofobi. A dimostrazione che il motore del rifiuto non è il contatto con lo straniero ma al contrario la sua mancata conoscenza. E l’insistenza sul tasto della paura».
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