Maltempo, il Paese che si autoaffonda

Mercoledì 13 Novembre 2019 di Paolo Balduzzi
Il Paese affonda, e tristemente non c’è nemmeno bisogno di inventarsi la metafora. Il paese affonda: le immagini di Venezia da un lato e di Taranto dall’altro ci confermano quanto temiamo da molto tempo. 
Il Paese affonda: perché le opere che servono restano ferme al palo, perché le preoccupazioni elettorali sono sempre in primo piano nell’agenda dei politici, perché nei partiti che si definiscono post ideologici (come il Movimento 5 Stelle) le ideologie sono ancora più forti che in passato. Quando almeno resisteva ancora il senso della politica vera, vale a dire quello del compromesso. Ora invece ogni proclama elettorale diventa parola scolpita nella roccia e non esiste più la consapevolezza che certi principi, seppure fondamentali per uno sviluppo equo, armonico, equilibrato e di lungo periodo (l’ecologia, il riciclo, la ricerca di fonti energetiche rinnovabili, il vincolo di bilancio, la sicurezza, etc.) possono essere difesi pur ammettendo scelte contingenti che con essi apparentemente contrastano.
A partire dall’ex Ilva, una vera e propria miniera di ricchezza in un sud sempre più distante dal livello di benessere economico del nord e dal resto d’Europa, che sulla base di una battaglia di solo scrupolo sullo scudo legale rischia di venire sacrificata. E con essa tutto il territorio che la circonda; e perfino tutto il Paese, se è vero come è vero, che l’acciaio e il settore siderurgico siano fondamentali tanto per l’industria straniera quanto per l’industria italiana. Al contrario, sembra quasi che tutto ciò che di sbagliato si poteva fare, almeno negli ultimi anni, è stato fatto.
Certo, il presidente del Consiglio, Conte, ha voluto dare un segnale a incontrando gli operai a Taranto. Ma si è rivelato ben presto un incontro senza soluzioni. Anzi peggio: avere la responsabilità politica delle azioni che hanno condotto allo sfacelo attuale rende inutile e poco credibile qualunque dichiarazione di vicinanza. Ora serve solo cercare una soluzione, nell’interesse della città, dei suoi abitanti, della regione e di tutto il Paese. Le alternative non sembrano così numerose. Chiudere con Arcelor Mittal vorrebbe dire rimetterci secondo alcune stime fino a una decina di miliardi, tra costi e perdite. Decisamente troppo, e non solo a livello monetario. La reputazione, in questo contesto, vale anche molto di più. Ha veramente senso aprire una battaglia legale con una grande industria che era disposta a investire nel nostro Paese? Peraltro, con quali probabilità di successo, dopo aver fornito a questa stessa industria anche una causa scatenante, cioè la soppressione dello scudo penale? Un governo che avesse davvero a cuore la questione si sarebbe mosso per tempo e avrebbe fornito a qualunque contraente le condizioni necessarie per operare. A quel punto i disegni veri o presunti di fuga dall’Italia sarebbero stati disinnescati e messi a nudo per tempo.
In aggiunta, non convincono per nulla le alternative da libro dei sogni o da decrescita felice proposte dal Movimento 5 Stelle. Innanzitutto, la nazionalizzazione o il coinvolgimento della cassa Depositi e Prestiti: come se bastassero controllo e denaro pubblico per risolvere ogni problema. Perché non ci abbiamo pensato prima allora? Nazionalizziamo tutto e vivremo nel migliore dei mondi possibili. La storia, in Italia e nel mondo, ci ha insegnato che, generalmente, è vero proprio il contrario. E quanto tempo ci vorrebbe invece per riconvertire tutto con forni elettrici o addirittura per riconvertire l’intera area e fornire ad essa una vocazione diversa? Decenni, come insegnano anche le migliori esperienze europee, come quella tedesca della Ruhr o quella basca di Bilbao. Si tratta comunque di opere e progetti meritori. Ma, appunto, di progetti: non soluzioni campate per aria o slogan che rischiano rimanere tali solo per tenere buona la popolazione per il tanto che basta affinché un altro tema o un’altra emergenza non occuperanno le prime pagine dei giornali. La politica ha il duplice compito di cercare risposte di lungo periodo ma anche di gestire il breve periodo. E il breve periodo, in questo caso, ha il solo nome di Arcelor Mittal o di un partner pronto a sostituire il gruppo franco-indiano. Il lungo periodo, poi, se volessimo essere scrupolosi, sarebbe dovuto cominciare non oggi e nemmeno l’anno scorso, ma perlomeno all’inizio di questo secolo, quando è diventato evidente che i tassi di crescita dell’economia italiana sarebbero rimasti a lungo distanti e inferiori rispetto a quelli del resto d’Europa. Si tratta di limiti e di problemi che la politica industriale e infrastrutturale ha in modo particolare nei confronti del Sud.
Ma non solo: anche nel caso di Venezia ci possiamo chiedere come sia possibile che il Mose, un’opera iniziata nel 2003, non sia stata ancora terminata e anzi risulti al momento in stallo, nell’attesa che venga nominato l’ennesimo commissario ad hoc. Sono statei spesi quasi sei miliardi e l’opera oggi annaspa da 5 anni sotto la gestione dei commissari arrivati dopo una clamoroso inchiesta che ha svelato il malaffare e le tangenti elargite dalla politica per procurare consenso attorno all’opera: qualcosa come 800 milioni di euro circa. Un andazzo che, come si vede, in Italia non ha conosciuto differenze tra Nord e Sud. Ma non c’è solo la responsabilità della politica nazionale, ovviamente. Il Mose è una delle centinaia di opere che ogni anno vengono contestate e bloccate o dalla burocrazia o dalla magistratura o perfino da contestazioni locali. Oggi i Cinquestelle , gli stessi che oggi bloccano l’acciaio a Taranto ingaggiando una assurda battaglia, dicono del Mose «opera assurda ma va fatta». Un’altra perla all’insegna della decrescita felice.
Certo, tecnicamente non si tratta di una sfida facile: ma un’opera ingegneristica costruita in vent’anni corre il rischio di nascere già vecchia, seppur continui a essere necessaria. Le grandi imprese richiedono grandi ambizioni, le grandi sfide prevedono anche la possibilità di fallimenti. L’importante è fare di tutto affinché la sfida sia comunque giocata e portata a termine. Sembra invece che ben poco di quello che si sarebbe dovuto fare è stato fatto, e non solo sul Ilva e Mose. Ma proprio su Ilva e Mose la responsabilità è ben maggiore, perché si tratta di due patrimoni, il primo industriale e la seconda (Venezia) turistico e d’immagine, fondamentali per il nostro paese. Queste responsabilità non hanno un solo colore politico; restano gigantesche quelle degli ultimi due governi, con Movimento 5 Stelle, Lega e Partito democratico in prima linea. Tuttavia il Paese ha smesso di credere nel futuro decenni fa. L’aggravante è che ora sembra avere smesso di credere anche nel presente. Pensavamo fosse un male che il governo mantenesse solo una preoccupazione elettorale. Ma la certezza di perdere le prossime elezioni forse è anche peggio: serve solo a occupare il tempo per tentare di consolidare la propria rendita personale, disinteressandosi delle sorti dei paese e dei propri concittadini. © RIPRODUZIONE RISERVATA