Recovery plan, senza manager il Sud va ko

Lunedì 6 Dicembre 2021 di Mauro Calise

Cominciamo a dircelo adesso. Mettendo in guardia dal vero rischio dei soldi del Recovery Plan. E cercando di correre ai ripari. Ammesso che sia ancora possibile. Il rischio è la gestione dei fondi. Gestione come progettazione, management, rendicontazione. E, ovviamente, impatto della spesa. Già dall’incipit si capisce che il Sud è messo male, anzi malissimo. Per due fattori concomitanti. 

Il primo è che di soldi in questi anni – anzi, in questi decenni - al Sud se ne sono visti pochi. Quindi sono pochi gli attori – aziendali, istituzionali, associativi – che possano dimostrare di avere una consolidata e innovativa capacità di spesa. Attenzione al binomio. Nel Mezzogiorno – e non solo – abbondano i dinosauri burocratici in grado di dilapidare decine di milioni a palate. Ma passateli al vaglio dei criteri chiave del PNRR – efficienza, efficacia, innovazione e tempi di realizzazione strettissimi – e domandatevi se sarebbero in grado di passare l’esame di Draghi. E domani quello dell’Europa. Non a caso l’esigua pattuglia che sopravviverebbe al doppio filtro è, in gran parte, costituita dai progetti finanziati dall’Unione europea attraverso i canali regionali. 

Già perfettamente allineati coi requisiti e le procedure di Bruxelles. Se si vogliono evitare sprechi fallimentari di danaro pubblico, una fetta importante dei fondi dovrebbe imboccare questa strada, con gli stessi organismi regionali a fare da cabina di regia. Non sarebbe la soluzione del problema, ma almeno una buona partenza.

Il secondo fattore che rende così difficile la sfida Pnrr è la carenza di risorse umane. Abbiamo letto tutti le statistiche impietose degli ultimi anni. Dal Sud sono andati via i giovani, per primi i più qualificati e motivati. Pensare di farli rientrare con qualche bando di reclutamento a tempo determinato, e per una manciata di euro, significa non aver capito come funziona il mercato del know-how in una economia industriale avanzata. Il principale datore di lavoro, in Italia come in tutto l’Occidente, sono le grandi società di consulenza. McKinsey, BCG, Ernst & Young: chiunque abbia dei figli in età, conosce a menadito la lista delle uniche agenzie dell’impiego che funzionano per l’assunzione, le carriere e il networking del middle management di qualità. Se ci sarà redistribuzione e circolazione di know-how nei cantieri Pnrr, al timone – più o meno visibili – ci saranno queste aziende globali. Con la loro metodologia e – ovviamente – ideologia. Che ha poco o nulla a che vedere con la visione di sviluppo endogeno e culturalmente consapevole che dovrebbe essere il manifesto della ripresa meridionale.

La formula che ha più chance di prevalere è quella di business plan redatti col cut & paste, coi requisiti micro e macro in ordine, tutti i target parametrati e ineccepibile cronoprogramma. Ma sotto il cui irreprensibile vestito non è chiaro quali risultati si riuscirà realmente a produrre. Non illudiamoci che nel resto del paese la situazione sia molto migliore. L’emorragia di giovani cervelli non ha riguardato solo il Sud. Ma al Nord si può contare su un tessuto terziario avanzato molto più solido, e una contaminazione con una rete di imprese di punta cui cercare di agganciare orizzonti e obiettivi del Recovery. Il problema di fondo – e prospettiva – però resta. E colpisce che dal governo sia mancato un grido di allarme – e di battaglia – che richiami l’opinione pubblica al nodo cruciale della sfida. Senza una nuova classe dirigente, la partita è persa in partenza. 

Certo, nessuno può illudersi di sopperire in pochi mesi a una voragine in cui siamo sprofondati da anni. Ma richiamare con drammatica urgenza tutto il paese a questo compito avrebbe un valore simbolico anche e soprattutto per i giovani. Mettendo al centro del PNRR un progetto formativo che avesse questo mandato esplicito. E chiamando al compito le nostre migliori istituzioni accademiche e il gotha del mondo manageriale. Con la flessibilità, qualità, e modularità della didattica digitale si potrebbe fare molto in poco tempo. Mixando in un formato ibrido – online e onsite – training e apprendimento, sperimentazione e networking. Basta dare uno sguardo a quello che sta avvenendo in India e in Cina, per capire come sia cambiato, in una manciata di mesi, l’approccio alla formazione d’eccellenza sotto i colpi dell’emergenza Covid.

Sul teatrino della politica, ogni tanto si affaccia qualcuno che aspetta il partito di Draghi, il solito partitino personale che affonderebbe prima del decollo. Ma se c’è un partito del Premier di cui l’Italia avrebbe bisogno è un non-partito che abbia come unica bandiera il merito e il servizio allo Stato. Sono le doti che tutti gli italiani riconoscono a Mario Draghi. Dovrebbero diventare il messaggio e il lievito per rifondare il paese. Ai tanti numeri del PNRR, forse sarebbe il caso di aggiungere un colpo d’ala. E di ideale.

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