Napoli, le storie dei baby alcolisti: «Ho cominciato a bere a 10 anni»

Venerdì 10 Gennaio 2020 di Gennaro Di Biase

A diciassette anni Mario è già un alcolista con un passato in una comunità di recupero. Giacomo ha quattro anni in più e il lunedì, dopo la sbornia, si sente «in colpa» perché nel weekend appena trascorso ha «picchiato mamma mentre il cervello era alterato dal gin». A quindici anni Vincenzo si ubriaca ogni sabato sera «per farsi accettare dal gruppo di amici, che bevono tutti». 

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Storie di vite rubate dall’alcol: storie di vite sempre più giovani, un po’ più giovani ogni anno che passa. Storie di tragedie tangibili, che di romanzato, purtroppo, hanno solo i nomi dei protagonisti. Secondo i dati di Alcolisti Anonimi Campania (A.A.), «negli ultimi 15 anni l’età di chi si rivolge a noi è calata moltissimo: è scesa di 10 anni». A parlare è Pasquale M., coordinatore dell’area regionale di Alcolisti Anonimi. Insomma, se all’inizio del terzo millennio erano per lo più trentacinquenni e quarantenni a essere stati “infettati” dal mostro dell’alcol-dipendenza, «oggi l’età media di chi segue i nostri percorsi è di ventisette anni - prosegue Pasquale M. - A ventisette anni circa, nel 2020, si è già toccato il fondo». Una situazione sempre più diffusa, un’età media sempre più bassa. Il problema è di «natura culturale» (il paradosso dell’espressione è tutto apparente), e non solo perché intorno ai diciotto anni è più facile perdere il controllo e cadere nelle sabbie mobili della dipendenza. «Quando usciamo, se non beviamo non sappiamo cosa fare e non proviamo nulla – emerge dalle storie dei giovanissimi degli 11 gruppi di A.A. sul territorio partenopeo – Senza sballo ci annoiamo e non abbiamo idea di come riempire la serata». 

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L’ubriachezza fa commettere azioni di cui ci si pente pochissime ore dopo. E l’alcol, sempre più spesso, non si lega necessariamente alla povertà, al disagio familiare, né al contesto sociale «difficile». Anzi. Giacomo, ventuno anni appena, ha raccontato la sua vicenda straziante durante le riunioni di un gruppo degli Alcolisti Anonimi del centro di Napoli (per ragioni di privacy non diremo quale). Giacomo è un giovane del Vomero, della Napoli collinare, di uno dei quartieri «residenziali» per eccellenza, ed è di famiglia «benestante» e attenta. «Mi sono pentito di quello che ho fatto l’altra sera – si rammaricava il lunedì, un paio di mesi fa – ho aggredito mia madre. L’ho picchiata, ma non volevo. L’alcol mi trasforma in un’altra persona durante il fine settimana. Ho iniziato a bere 7 anni fa, alle superiori, e subito dopo ho attaccato a farmi le canne. Con gli anni, poi, ho preso ad abbinare le pasticche all’alcol». Fino a perdere il controllo di sé. Come dottor Jekyll e mister Hyde. 

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La solitudine, la rabbia, la disperazione: queste tre condizioni restano, oggi come ieri, strade maestre per farsi tirare giù nell’incubo degli alcolici. In questo caso, si beve per «non pensare alla realtà», per alleggerire i traumi di un vissuto troppo pesante da affrontare a tutte le ore di tutti i giorni. È la storia di Mario, che attualmente è membro di un altro gruppo di ascolto campano di Alcolisti Anonimi. Mario ha «conosciuto l’alcol nel 2009, a 10 anni. Poi, dopo poco, il passaggio a canne e coca». Alle spalle, stavolta, c’è una famiglia «complessa». Mario a 14 anni è stato per la prima volta in una comunità. Dopo essere uscito dal programma ha ripreso a bere. Oggi, dopo essere diventato un «peso» per gli stessi genitori, il ragazzo è aiutato «dal vicinato e da Alcolisti Anonimi». Porta la «spesa nelle case, così da essere occupato, avere qualche spicciolo in tasca e combattere il mostro dell’alcol». 

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Ludopatia e alcol. Anche a 15 anni bisogna affrontare questi due mostri contemporaneamente, questi due tunnel con un’uscita stretta e difficile da trovare. Vincenzo, quindicenne, non proviene da una famiglia «complicata». «Ho iniziato a bere per farmi accettare dagli amici – ha raccontato in un altro gruppo di ascolto A.A. del Napoletano – Ho pensato di imitare i ragazzi un po’ più grandi della comitiva, che bevono di più. L’ho fatto per farmi accettare, ma anche per un altro motivo: se non mi sballo non provo niente, non riesco a divertirmi il sabato sera». E poi c’è il vizio del gioco. A Vincenzo piace scommettere. «Sono molti i suoi coetanei che bruciano nelle sale scommesse intere paghette settimanali da 50 euro che gli hanno dato i genitori – commenta Salvatore, che gestisce uno dei gruppi d’ascolto – Quanto all’alcol, abbiamo trovato molte storie di ragazzi dai 14 anni in su che bevono per inserirsi nel gruppo di amici. Alcune testimonianze di questo genere le abbiamo raccolte direttamente nelle scuole. Moltissimi adolescenti, oltre all’alcol, hanno problemi di ludopatia col calcio scommesse». Racconti agghiaccianti, sul nesso tra ludopatia e alcol, si sentono anche su coppie di età media: «Mi ha lasciato di stucco la storia di una coppia - prosegue Salvatore - la moglie, affetta da ludopatia, trascurava il problema di alcolismo del marito. Il motivo? Quando lui era ubriaco per lei era più facile uscire e piazzarsi davanti a una slot machine». 
 


Salvatore, Claudia, Pasquale e Fabiola sono coordinatori e sponsor di quattro gruppi di Alcolisti Anonimi, ognuno dei quali conta in media una dozzina di partecipanti. I quattro coordinatori, che moderano gli incontri, si occupano tra l’altro dell’inserimento dei nuovi membri nelle riunioni (aperte) nelle sedi di Alcolisti Anonimi napoletane e dell’hinterland. Sono due i dati ricorrenti emersi dal confronto con le loro esperienze: «L’età media in calo degli alcolisti» e «il fattore noia, che porta spesso alla sindrome della doppia dipendenza». 

«Mi sono trovata ad accogliere anche ragazze di vent’anni – spiega Claudia, il cui gruppo, un unicum, si occupa di sole donne – Affrontiamo sempre più spesso situazioni di “doppia dipendenza”. Il legame tra alcol e droga è sempre più stretto. I giovani prendono di tutto: alcol e canne, o qualcosa di più, specialmente se si sale di grado sociale». 

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«L’alcol ti trasforma – racconta Fabiola – Ti fa diventare un’altra persona. Si tratta di una malattia dalla quale non si esce mai, anche se si smette di bere. E oggi probabilmente, rispetto a ieri, chi ne è affetto se ne accorge prima di quanto accadeva nei decenni scorsi». Un fenomeno che si spiega anche con la mancanza di appeal, per molti giovanissimi schiavi dell’«entertainment», di contenuti culturali. Senza scadere nei moralismi, dalle storie di A.A. filtra che, se i giovanissimi si accostano allo sballo, la responsabilità è anche, almeno in parte, della società contemporanea, delle storie che premia e dei messaggi che veicola come «messaggi di successo». «Credo che l’età degli alcolisti si sia abbassata perché bere è diventata una specie di moda – aggiunge Pasquale, ex calciatore che da 15 anni, dopo aver combattuto l’alcol, collabora con A.A. – I ragazzi di oggi si annoiano e affrontano la noia bevendo. L’alcol diventa un gioco. Non hanno altri modi per divertirsi. Ce lo hanno confermato anche nei quiz che abbiamo realizzato nelle scuole. La situazione è preoccupante, e la diffusione dell’alcol tra i giovani aumenta gli incidenti stradali. Noi abbiamo bevuto diversamente. Da adulti. Loro no. In associazione arrivano casi di giovani mandati dai loro stessi familiari, che ormai fanno moltissima fatica a sopportare la situazione senza aiuto. Un grande sostegno, in questo senso, lo stiamo ricevendo grazie alla collaborazione con Villa dei Fiori, che ha una struttura di recupero nel Napoletano».
 

Ultimo aggiornamento: 12:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA