Mondadori, ti apro e poi ti chiudo: grottesco napoletano

di Piero Sorrentino
Domenica 19 Maggio 2024, 23:06 - Ultimo agg. 20 Maggio, 06:21
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Ha avuto ragione Antonio Menna a parlare di “grottesco” - ieri su questo giornale - commentando l'ennesimo pasticcio in sala cittadina della apertura e chiusura a tempo di record della libreria Mondadori in Galleria Umberto I. Nella storia della letteratura, anzi, su dà un preciso sottogenere chiamato “teatro grottesco”, da non confondere con quello “dell'assurdo”. 

E quanto accaduto in città con questa tragicomica vicenda non è altro che un capitolo che si va ad aggiungere al palinsesto molto ricco di quel teatro cittadino composto di insipienze, superficialità, menefreghismo, pigrizie e incapacità diffuse. 

Ma forse questa vicenda di malaburocrazia ha un retrogusto ancora più amaro del solito perché, per dirla con La Capria, ha tutte le sembianze di Occasione Mancata. Più ancora del solito, il pastrocchio di sabato scorso è sì lo specchio della profonda incertezza di tutti quelli che a vario titolo hanno avuto un ruolo nella vicenda, ma soprattutto è uno spazio cavo che si apre sotto i piedi di quella parte di città che ci aveva creduto.

Lettrici e lettori che avevano sperato di poter trovare uno spazio che non fosse l'ennesimo bar o pizzeria, cittadine e cittadini affamati di quel cibo immateriale che è il libro, in una città dove le librerie chiudono, si ridimensionano o diventano qualcos'altro. 

Il marasma che caratterizza questa storia non ha a che fare solo con la tortuosità demenziale delle procedure, l'inspiegabile leggerezza di proprietari e gestori della libreria, la solerzia dei controlli che magari si sarebbero pure potuti fare prima che ci fossero i clienti entusiasti in fila. 

Non è solo la cartina di tornasole che racconta il grande spazio preso dal burocratismo e dalle questioni di metodo a scapito dei contenuti. È il brogliaccio di una città che non riesce più a organizzarsi, nella quale è diventato sempre più impossibile non solo immaginare il futuro – ché su quello i remi in barca sono già stati tirati da un bel po’ – ma, molto più banalmente, organizzare il presente. Soprattutto, è una deludente battuta d’arresto di uno spazio, quello della Galleria Umberto I, sul quale affonda i denti da tempo gran parte della immobilità politica e decisionale cittadina. Questo giornale ne ha raccontato le vicende per mesi, ha denunciato i pericoli legati a quella microcriminalità predatoria e guascona che lo vede come campo di battaglia, ha stigmatizzato le litigiosità estreme tra pubblico e privato, Comune e residenti, ha mostrato le brutture di ponteggi e impalcature, ha chiesto soccorso per i senzatetto che lo scelgono come ricovero notturno. L’inaugurazione spezzata di sabato scorso sembra quasi una maledizione, o forse una profezia che si autoavvera. E questa amarezza non sarà certo cancellata dalla seconda inaugurazione, che di certo presto o tardi arriverà. Un po’ come nel finale del romanzo più famoso di Gabriel Garcìa Màrquez, “le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda possibilità sulla Terra”.

Le leggi, le norme e i regolamenti sono certo un cardine centrale del funzionamento di una città. Ma altrettanto importante è l’idea che si viva in una città che sa cambiare. E troppi sono i napoletani che si stanno convincendo dell’immodificabilità di certe condizioni perché le vedono saldarsi ai mille segni di un degrado, di uno sfilacciamento più generali, al cui centro c’è un dato nuovo e inquietante: la latitanza di un progetto sul futuro.

Troppi cittadini si stanno facendo l’idea che nessuno controlla e dirige realmente più niente, che nessuno è al timone tracciando una rotta, possedendo non solo la visione e la determinazione, ma soprattutto gli strumenti e l’autorità necessari a farsi seguire.

La libreria aperta e chiusa è un microscopico frammento di questo quadro, un granello infinitesimale di una clessidra la cui sabbia continua a scendere repentinamente.

Peccato, perché sarebbero proprio gli appuntamenti-simbolo, quelli da non sbagliare.

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