Morte sul lavoro, come stritolare pure la Costituzione

di Massimo Adinolfi
Venerdì 23 Febbraio 2024, 23:00 - Ultimo agg. 24 Febbraio, 09:00
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I numeri dei morti sul lavoro scandiscono quotidianamente la cronaca di questo Paese. Prima il crollo del cantiere di un nuovo supermercato Esselunga a Firenze, lo scorso 16 febbraio.

Poi la morte di un operaio, Domenico Fatigati, nello stabilimento Stellantis di Pratola Serra. E domani? In quale fabbrica, su quale pontile? Lo scorso ottobre, in occasione della giornata nazionale per le vittime sugli incidenti di lavoro, il presidente Mattarella aveva sollecitato con forza «una urgente e rigorosa ricognizione sulle condizioni di sicurezza nelle quali si trovano a operare i lavoratori». Forse una simile ricognizione è in corso, forse il governo introdurrà nuove misure, oppure metterà qualche soldo in più sui controlli: sta di fatto che si continua a morire al ritmo di un centinaio circa di morti al mese.

I sindacati scioperano, provando a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su uno «scandalo inaccettabile» (sono ancora parole del presidente della Repubblica), ma scioperi e dichiarazioni, cordoglio e indignazione evidentemente non bastano. Non bastano neppure le leggi, perché le carenze principali non riguardano il quadro normativo, e neppure la letteratura scientifica sull’argomento. Che sa descrivere e tenere conto della diversa composizione demografica e anagrafica del mondo del lavoro di oggi, dell’impatto dell’innovazione tecnologica sui processi produttivi, sugli ambienti di lavoro e sui modelli organizzativi, della frammentazione delle tipologie contrattuali e dell’incidenza del lavoro nero, del lavoro sommerso, del lavoro flessibile, ma deve poi arrendersi dinanzi a una realtà che, di fatto, continua a registrare l’inosservanza delle leggi, il mancato rispetto della procedure, la negligenza dei comportamenti, la difficoltà a far passare nella concreta organizzazione del lavoro una cultura della sicurezza e della prevenzione più forte dell’esigenza di fare economia a scapito della salute.

In verità, il rapporto 2023 dell’Agenzia europea sulla sicurezza e la salute sul lavoro registrava trend positivi: nel periodo considerato – cioè dal 1998 al 2019 – il tasso degli incidenti sul lavoro (sia mortali che non) è calato in misura abbastanza significativa. Si potrebbe dire, in un certo senso: una storia di successo. C’è, in generale, maggiore consapevolezza e una più ampia copertura dei rischi possibili. Ma nello stesso rapporto si lamentano carenze che vengono ritenute ancora preoccupanti, e che naturalmente sono più accentuate dove il lavoro è precario, o irregolare, o poco qualificato, dove la forza lavoro è più fragile (nel mondo del lavoro femminile, o dei lavoratori migranti) e nelle aree più arretrate. Insomma, tutti i divari sociali ed economici che affliggono il nostro Paese – e che lo tengono ancora a distanza dalle aree più sviluppate del continente – si ritrovano tali e quali nelle statistiche sugli incidenti sul lavoro, sicché l’unica morale che si può trarre da tutta questa storia è: niente di nuovo sotto il sole.

Nonostante le mirabilie del digitale, dell’immateriale, del virtuale. Forse, il gran parlare di tecnologie indossabili, di intelligenza artificiale, di smart working e smart production, di reti e 5G, di robotica e telelavoro, ha tutte le ragioni per convincerci che il lavoro, essendo sempre meno fisico, è anche sempre più sicuro. Ma da un lato questo rende ancora più scandalosa e moralmente inammissibile la morte sul lavoro, e dall’altro non riduce affatto, come i dati dimostrano, i divari esistenti.

Ma c’è un altro lato ancora, che riguarda non il lavoro degli uomini ma l’umanità del lavoro. La storia universale del lavoro non comincia nel migliore dei modi, se è vero che il sudore della fronte fu per i nostri più lontani progenitori la più terribile delle punizioni. Ma i tempi moderni sono cominciati quando al lavoro si è associata un’altra, più nobile idea, quella della realizzazione di sé e della propria essenza, per cui solo nel lavoro, e grazie al lavoro, ci si riconosce come uomini. È solo per questo che sul lavoro si può fondare addirittura una Repubblica. Ma che ne è di un simile fondamento quando invece sul lavoro, sotto i calcinacci o schiacciati da un macchinario, si trova la morte? Non è la stessa Costituzione a spezzarsi, quando si spezza una trave, e ad essere stritolata, quando è stritolato un lavoratore? Ma se lo pensiamo davvero, allora dobbiamo anche agire di conseguenza e chiamare tutti, finalmente, – imprese, sindacati, istituzioni – all’esercizio più puntuale, più scrupoloso, più continuo e costante, delle rispettive responsabilità.