Palazzo Reale, il sistema-musei e il volto virtuoso di Napoli

Giovedì 5 Dicembre 2019 di Fabrizio Coscia
La notizia è di quelle che non possono che far piacere a chi ama la città e l’arte. Palazzo Reale diventa museo autonomo: avrà un direttore (che sarà scelto nel primo trimestre 2020 con un bando internazionale), un budget più alto e più personale. La promozione è stata voluta dal ministro Franceschini nel nuovo decreto di riorganizzazione del Mibact. Ma al di là del dato di cronaca, varrebbe la pena riflettere su cosa rappresenta questo risultato: il riconoscimento di una Napoli virtuosa, che sa coniugare cultura e imprenditorialità, buona pratica e progettualità. Ovvero la conferma che questa città può offrire un modello diverso da quello che troppo spesso è costretta a incarnare: basta riconoscerlo (e valorizzarlo). Non la Napoli svilita che ci troviamo quasi quotidianamente a denunciare con sofferenza, la città del degrado e della inconcludenza, della mala gestione e dell’illegalità diffusa. Ma una Napoli finalmente all’altezza delle sue potenzialità.

Il sistema museale della città ha raggiunto, infatti, negli ultimi tempi risultati notevoli, con punte di eccellenza. Penso al Museo di Capodimonte diretto da Sylvain Bellenger, al Madre della gestione di Andrea Villani, o al Mann rinnovato da Paolo Giulierini; ma penso soprattutto alla via dei Musei, che comprende ben sette strutture museali di alto livello, esempio pressoché unico al mondo: il Museo Civico Filangieri, Pio Monte della Misericordia, il Monumento Nazionale dei Girolamini, il Tesoro di San Gennaro, il Complesso Monumentale di Donnaregina, il Complesso Monumentale di San Severo al Pendino e il già citato Madre. Ma qual è il segreto di questo rinnovamento? 

Sono diversi i fattori da prendere in considerazione. Innanzitutto, il mix tra riforma istituzionale, marketing comunicativo e qualità dei direttori, i quali hanno contribuito a creare una nuova filosofia di lavoro che ha funzionato come un’iniezione di energia e di entusiasmo in un ambiente piuttosto depresso (in alcuni casi si è trattato di una «rivoluzione gentile», ma pur sempre una rivoluzione). Poi una apertura inedita alla città e una coraggiosa contaminazione di pratiche, nate dalla volontà progettuale di avvicinare una cerchia più ampia di pubblico all’arte e soprattutto di far dialogare tra loro i linguaggi senza troppi steccati. Infine, la sinergia che si è creata tra le diverse realtà museali (da questo punto di vista la via dei Musei mi pare un modello esemplare).

Una sinergia che, sembra superfluo dirlo ma non lo è, rappresenta la chiave di volta del successo, soprattutto in una realtà come quella di Napoli, da sempre afflitta da piccole consorterie, o dove - anche in ambito culturale - esistono molte isole che non riescono a farsi arcipelago. Che siano gestiti da privati, dalla Regione o dallo Stato, non fa alcuna differenza: è il cambio di mentalità che va valorizzato, e che può servire davvero da modello trainante. Demusealizzare i musei, per così dire: è questa la strategia vincente, non associare più alla parola «museo» qualcosa di ostile, di chiuso, ma riconsegnarla a un’idea di arte viva, aperta e partecipe, farla entrare in osmosi con la città, in dialogo con altre realtà. Ecco perché la notizia del Palazzo Reale promosso a museo autonomo è molto più di una buona notizia. È un segnale e un auspicio. Bisognerebbe ripartire da qua, prendere finalmente consapevolezza della ricchezza enorme di cui dispone questa città e della possibilità di trasformare la cultura in una risorsa economica. È una strada difficile, forse lunga, ma è l’unica percorribile se vogliamo che Napoli diventi quella città che meriterebbe di essere. E il sistema museale può diventare davvero l’avanguardia di questo cambiamento che tutti stiamo aspettando. Ultimo aggiornamento: 11:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA