Il dovere (non nuovo) ​di ripensare la sanità

Domenica 25 Ottobre 2020 di Aldo Balestra

C’è un dato su cui riflettere, anche in questo momento in cui la Campania ha rallentato - rispetto a un quadro nazionale in evoluzione (e dopo le inquietanti minacce all’ordine pubblico a Napoli) - nel varare misure drastiche per frenare la crescita esponenziale del contagio e così puntellare la risposta sanitaria. È che le decisioni in materia vengono prese da un governatore rieletto appena un mese fa con una percentuale bulgara. Lo ha scelto il 70% di chi ha votato. Il consenso elettorale ha certo cavalcato anche l’onda emotiva, ma nella sostanza ispirata e motivata da quello che De Luca ha fatto (come lo ha fatto si presta, è ovvio, a diversi angoli di interpretazione) durante la prima fase della pandemia, quella delle migliaia e migliaia di morti nel Paese.

Prima dell’emergenza coronavirus, infatti, De Luca era dato in caduta libera, evidentemente per un sentiment negativo maturato e percepito in tempi di pace sanitaria sul suo operato amministrativo in Campania. Poi il Covid, e tutto quel che ne è derivato, ha portato tanto, inatteso vento nelle sue vele.

Alla fine, allora, la stragrande maggioranza dei cittadini campani, pur nella consapevolezza dell’ulteriore prova che si potrebbe chiedere al mondo produttivo (e alla quale Regione e governo dovranno pur dare risposte ancor più sostanziali ed articolate, perché si tratta già di una seconda volta), accetterà le nuove misure, in nome della difesa della salute quale bene primario della persona. Recalcitrerà, ma le accetterà. 

Epperò, come spesso accade, Napoli finisce in prima pagina, “Napoli si ribella”. È stato subito chiaro sin dal primo momento, invece, che la guerriglia dell’altra sera è stata prodotta da una particolare e condizionante pattuglia di contestatori di professione, di sigle e contesti vari, spesso alimentata dal brodo di coltura dell’innegabile e crescente disagio sociale non solo vicino alla delinquenza organizzata e spicciola.

Se vogliamo, alla fine, ragionare intorno alle decisioni del presidente e alle conseguenze sulla Campania, diventa ineludibile qualche osservazione sul campo di diretta competenza del governo regionale. Perché accettare-sopportare-affrontare-rispettare l’imminente lockdown campano non significa dare patenti di credibilità eterna a De Luca e alla sua capacità di amministrare, al meglio, la Campania. Già nel precedente mandato ha personalmente guidato il settore sanità attuando, è vero, un orgoglioso riequilibrio delle finanze per allontanare lo spettro del commissariamento perpetuo. Ma alzi la mano chi può dire, avendolo provato sulla sua pelle, che ciò non abbia provocato un ridimensionamento dei servizi da garantire al cittadino della Campania: la medicina territoriale è a pezzi, i plafond di molte Asl sono già esauriti da settembre nonostante i mesi di stop alle prestazioni durante il primo lockdown, la stessa rete delle Asl in molti casi s’è dimostrata assolutamente incapace di reggere l’urto dell’emergenza sommando inefficienze nuove alle vecchie, così come la rete ospedaliera - tranne straordinarie e consolidate eccellenze - appare alle corde.

De Luca, è vero, ha dovuto provvedere d’imperio, e bene ha fatto. Non distraggano o facciano sorridere i toni guasconi, i paragoni e le iperboli, buoni per la tv e le clip da inviare su WhatsApp. De Luca ha preso decisioni nella difficile solitudine del comando, quando altri erano lontani dal pensarlo, figuriamoci dal farlo. Questo non cancella mica la precedente debolezza strutturale della sanità campana, spesso serbatoio di mala-efficienza aggravata per decenni da interferenze della politica su uomini e servizi. Ma De Luca, augurandoci che riesca a governare il galoppante contagio della seconda ondata e a gestire al meglio la crisi economica che avanza insieme alle tensioni sociali innanzitutto a Napoli, non può certo vivere di rendita in eterno, a suon di divieti e chiusure. Prima o poi, ci auguriamo il prima possibile, dovrà pur mettere mano e con decisione alla riorganizzazione e alla qualità del servizio sanitario campano che, tranne le eccezioni di personale serio, preparato e ancora motivato, continua in questa fase a scontare sì l’irruenza della fase pandemica, ma soprattutto l’inefficienza strutturale e precedente. C’è bisogno di ben altra “cura”, che per riuscire dovrà fare necessariamente i conti con le fette di consenso (variamente etichettato, politico e professionale) che hanno robustamente contribuito a rieleggere con tanta pienezza De Luca.

Ecco, è vero che il comandante si vede soprattutto nella tempesta. Ma un buon comandante organizza la nave in tempi di bonaccia, sceglie prima gli ufficiali e i marinai migliori e delega loro responsabilità e compiti, controlla che tutto funzioni, senza fare sconti a nessuno o patti con qualcuno. Pena la sicurezza sua, di chi lavora con lui e, soprattutto, il destino di chi trasporta a bordo.
 

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