La Napoli da ripensare ​oltre lo spritz dei ragazzi

Lunedì 1 Giugno 2020 di Piero Sorrentino
E adesso? Ora che il centro storico è vuoto. Ora che negli alberghi e nei bed&breakfast non c’è proprio più nessuno. Ora che gli autobus traboccanti di turisti pronti a consumare la loro discesa di sette o otto ore nella Disneyland partenopea sono a riposo nei parcheggi, o in fila su via Acton a strombazzare il clacson in una delle decine di manifestazioni degli operatori del settore turistico alla canna del gas.

Ora che su via dei Tribunali non si ascolta più il rumore delle legioni di trolley dalle rotelline arrancanti tra le sconnessioni dei cubetti di porfido malmessi. Ora che la mareggiata della pandemia sta arretrando a poco a poco, lasciando sulla battigia tutti i detriti accumulati negli anni isterici di deregulation turistica sulla quale in molti richiamavano, del tutto inascoltati, l’attenzione, tacciati di disfattismo, catastrofismo, impallinati come nemici della città e delle sue bellezze, indicati come austeri e imbolsiti custodi di uno status quo che la Rivoluzione Arancione aveva invece coraggiosamente picconato lottando a testa bassa contro i Poteri Forti, le consorterie, le cricche di notabilato locale.

Ora che «la musica è finita, gli amici se ne vanno», che cosa resta? Dove siamo, perché siamo arrivati fino a questo punto? Abbiamo sempre pensato che quello che avevamo sarebbe bastato. Che non avremmo mai e poi mai sofferto la concorrenza di quelli che hanno di meno ma lavorano di più, curano di più, promuovono di più, pianificano di più. Abbiamo creduto che bastasse drenare fiumi di turisti lungo i Decumani. Che fosse del tutto superfluo portare persone che capiscono Napoli più in profondità del turista mordi e fuggi, assieme a saperi, competenze, forze vive, infrastrutture, capitali che potessero essere investiti oltre il baretto, la pizzetteria, il ristorantino.

Abbiamo lasciato diffondere l’idea che Napoli fosse la città che nessuno può governare ma che tutti vogliono abitare. Abbiamo consentito che la maggioranza degli affitti fosse destinata al mercato turistico della ricettività extralberghiera, facendo in modo che i napoletani sparissero dal centro storico poco per volta, andando a vivere in altre Napoli che stanno in altri quartieri, in periferia, in provincia, dappertutto ma non più al centro storico della città, il punto dove ogni tanto i napoletani che prima ci abitavano tornano per scoprirsi soli in mezzo alla folla, come nella Parigi di fine ‘800 di Baudelaire. Abbiamo lasciato tutto nelle mani di un «laissez faire» alla carlona, permettendo che i proprietari di case moltiplicassero i loro guadagni buttandosi a piene mani in un settore che non conoscevano e che non sapevano gestire in proprio, affidandosi alle agenzie immobiliari o a palazzinari senza troppi scrupoli, spesso del Nord Italia, che hanno comprato e rivenduto, comprato e affittato, e se non erano turisti erano studenti di altre regioni, o universitari in Erasmus, che hanno preso d’assalto le abitazioni più scalcinate nei dintorni di via Mezzocannone pagandole quattro o cinque volte il loro effettivo valore, tra carcasse di piccioni defunti da mesi e bottiglie di birra abbandonate nelle imperdibili nottate del sabato sera.

Adesso, di fronte a questo quadro, una amministrazione comunale presa nel gorgo di un affanno ormai ingestibile propone di aprire tutto, ma proprio tutto tutto, aprire anche quello che prima era chiuso. Tavolini qui, sedie là, più spazio per tutti, venite signori venite, e scusate se prima vi abbiamo cacciato senza troppi complimenti e ora vi imploriamo di venire a sostenere chi ha ridotto una grande città piena di Storia e Bellezza a un parco giochi in bancarotta. Col rischio di riportare tutto, ancora una volta, precisamente al modello di centro storico a vocazione unica, cioè proprio la monocoltura che lo ha azzoppato e trasformato in un alimentarificio in servizio perenne effettivo, un aperitificio sempre aperto, una perenne sagra strapaesana che espelle dal suo dionisiaco progetto di movimento delle mandibole tutti i problemi profondi, le ferite reali. Ma ora che la crisi economica più grave dal dopoguerra a oggi morde così ferocemente, e sempre di più lo farà col passare dei mesi, è il tempo di pretendere serietà e responsabilità dagli amministratori locali e dalla politica, da quelli che ci sono e da quelli che verranno. Il tempo dell’immaturità è finito. È venuto il momento di diventare, una volta e per sempre, adulti. Anche se, annegati dentro lo spritz della perpetua adolescenza alcolica proposta ai cittadini come unica ricetta per la salvezza, sarà davvero molto complicato riuscirci.

  Ultimo aggiornamento: 06:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA