Perché i privati possono aiutare ​a salvare la città che cade a pezzi

Lunedì 10 Giugno 2019 di Gerardo Ausiello
Nella città senza regole le morti per incuria stanno pericolosamente aumentando. Cinque casi in pochi anni - per lampioni, alberi, cornicioni e calcinacci caduti dai palazzi - non possono essere un numero trascurabile. Il problema è drammatico nella sua evidenza: la totale assenza di una rete di manutenzione, la mancanza di una strategia di monitoraggio e di intervento su tutto ciò che può rappresentare un pericolo per l’incolumità delle persone.

Le azioni che vengono messe in campo sono quasi sempre frutto di un momento emergenziale come il crollo o la caduta di un albero, un palo della pubblica illuminazione o le pietre da una facciata di un edificio. E puntualmente in queste circostanze capita a ciascuno di noi di tirare un sospiro di sollievo: «Per fortuna nessuno si è fatto male».

Stavolta non è stato così e il nome di Rosario Padolino si è aggiunto all’inquietante elenco di cittadini uccisi da oggetti volanti. Era già successo a Fabiola Di Capua, colpita da un lampione sul lungomare pochi giorni prima di Natale; a Cristina Alongi, schiacciata con la sua auto da un pino in via Aniello Falcone; a Salvatore Giordano, che ha sacrificato la sua vita per salvare quelle degli amici finendo sotto le pietre cadute dalla Galleria Umberto. Ed ancora, a Davide Natale, che era appena uscito dall’Università quando è stato travolto da un albero a piazzale Tecchio. Una lista di morti per negligenza rispetto alla quale ciò che non possiamo fare è andare avanti con le nostre vite come se nulla fosse accaduto, aspettando il prossimo episodio di cronaca da leggere o da raccontare e per il quale addolorarci salvo poi voltare pagina perché la vita continua. No, la tragica fine di Rosario dev’essere da monito per tutti e impone una riflessione che vada al di là dell’emozione del momento. 

«Capita ovunque», ha commentato poche ore dopo l’incidente il sindaco de Magistris. Ma questa affermazione non può produrre l’effetto di un alibi per l’amministrazione comunale e per ciascuno di noi, come se le nostre vite fossero regolate dalla casualità. L’edificio da cui si è staccato il masso killer da cinquecento chili era un fabbricato privato. E dunque i lavori che da tempo avrebbero dovuto essere eseguiti erano a carico del condominio. L’inchiesta è in corso e dovrà accertare nomi e cognomi dei responsabili. Eppure di fronte alla litigiosità, al lassismo e ai ritardi dei privati un’amministrazione pubblica ha il dovere di agire con l’esecuzione in danno, effettuando cioè interventi al posto del condominio e addebitando i costi ai proprietari degli appartamenti che in quel fabbricato risiedono. Ma naturalmente nella città con i conti perennemente in rosso questo modus operandi è un’utopia. Non sarebbe così se ad esempio il Municipio avesse un fondo a cui attingere almeno per i fabbricati il cui crollo è annunciato, come nel caso di via Duomo o della Galleria Umberto. 

Tuttavia non sarebbe necessario agire in questo senso se i privati si assumessero le loro responsabilità. Se, di fronte a un rischio imminente derivante dal cedimento di parti del palazzo in cui vivono, non si limitassero solo a metterci una toppa con reti di contenimento, che andrebbero rimosse entro pochi giorni dalla loro installazione per lasciare spazio a lavori di ristrutturazione. E invece in molti casi restano lì per anni, mentre i privati sprecano tempo in liti condominiali e pastoie burocratiche o, peggio ancora, si disinteressano del problema come se non li riguardasse. Spesso dietro questi ritardi si celano ragioni di tipo economico. Le famiglie non vogliono investire proprie risorse nelle opere di ristrutturazione e sperano che nulla avvenga, una filosofia che noi napoletani conosciamo bene e che, se per certi aspetti ci ha reso più tolleranti, per altri è una delle cause principali dei nostri affanni e di problemi ormai divenuti cronici. E allora se questo è l’ostacolo, per rimuoverlo, cancellando ogni alibi, si potrebbe ricorrere a sponsorizzazioni, sul modello già adottato per alcuni monumenti (nel resto d’Italia con maggiore successo che a Napoli) e anche per gli edifici privati. Attraversando la città, infatti, capita talvolta di vedere cartelloni pubblicitari sulle facciate di palazzi in ristrutturazione. Con la pubblicità si potrebbero coprire in parte o del tutto i costi del restyling. 

Un’altra opportunità potrebbe arrivare da un rapporto più stretto tra pubblico e privati. All’inizio degli anni Duemila l’amministrazione cittadina aveva messo a fuoco il problema ed aveva trovato una soluzione. Il progetto Sirena, finanziato con risorse pubbliche, consentiva ai condomìni di effettuare le ristrutturazioni di edifici di valore storico a costi contenuti e con notevoli agevolazioni. Quel progetto, al di là di annunci a cui non sono seguiti fatti, va ripristinato senza ulteriori indugi. Affinché a quell’elenco di morti non si aggiungano altri nomi.

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