Una città da ricostruire (ma prima vengono le ferie)

Martedì 4 Agosto 2020 di Vittorio Del Tufo
Cosa vuol dire abitare una città, sentirsene parte? Come ha efficacemente ricordato domenica scorsa Adolfo Scotto di Luzio su questo giornale (commentando l’iniziativa del Premio GreenCare di listare a lutto i monumenti che dall’alto dei loro piedistalli contemplano desolati il degrado) sentirsi parte di una città vuol dire assumere su se stessi la responsabilità di un rapporto che non deve essere solo di fruizione passiva. Significa, dunque, contribuire tutti, ciascuno in base alle proprie possibilità, a correggere la rotta se la nave sta andando a sbattere contro gli scogli.

Per questo motivo bisogna guardare con simpatia ai fermenti di cittadinanza attiva che agitano, periodicamente, quegli stessi strati di società napoletana spesso dormienti, oppure oziosamente rannicchiati in se stessi, sul dolce declivio di una città «che ti ferisce a morte o ti addormenta», trasformando troppe volte l’indignazione in disincanto. Dunque è un segno positivo l’appello-manifesto sottoscritto da oltre cento personalità della società civile per arrivare alle elezioni comunali del 2021 «con un’alleanza civica ampia, costruita in un intreccio virtuoso tra partiti e società civile, all’insegna della fiducia reciproca». Tutt’altro che lusinghieri, tuttavia, sono gli esiti della prima uscita pubblica dei «ricostituenti». L’esordio pubblico dei 101 attori sociali non ha riscosso, infatti, grande seguito a livello di presenze via web: alla prima discussione sono mancati alcuni tra i firmatari più noti. Se le coscienze della città erano sopite, probabilmente l’idea di risvegliarle a mezzogiorno di un 31 luglio, via Zoom, non è stata eccelsa. La prova generale di mobilitazione collettiva si è arenata in un coro di «vorrei, ma oggi proprio non posso» quasi a testimoniare la difficoltà di incidere, con un appello pur condivisibile in toto, sull’assuefazione che tutto avvolge, mentre i problemi della città non vanno certo in vacanza. Il risveglio, come il paradiso, può attendere: per adesso slitta a settembre.

Insomma, se preoccupa il muro di gomma contro il quale le istanze di rinnovamento puntualmente si scontrano - mentre l’esperienza amministrativa, ormai alla frutta, sembra deviare sempre di più verso una dimensione ottusamente autocelebrativa - qualche timore desta anche l’apatia che evidentemente deve aver indotto molti «ricostituenti» a disertare la prima uscita pubblica del loro «manifesto». 

È un rischio che va segnalato proprio per evitare che il seme della denuncia si disperda in iniziative autoreferenziali e vacue. O magari utili solo per un riposizionamento politico dopo il fallimento dell’esperienza amministrativa targata de Magistris.

Lo stato penoso del verde cittadino, l’arretramento del decoro a tutti i livelli, il prolungato lockdown dei principali servizi pubblici sono le pagine nude e crude di un libro che è da tempo sotto gli occhi di tutti. La ritrovata disponibilità all’impegno «civico» va salutata come un’ottima notizia anche se rischia di arrivare fuori tempo massimo, visto che sparare contro de Magistris oggi è diventato facile come sparare contro la croce rossa. 
Molto opportunamente, Enzo d’Errico sottolineava sabato, sul Corriere del Mezzogiorno, che «finalmente qualcosa si muove, e non è poco nel tempo doloroso che stiamo attraversando». Proprio per questi motivi ci permettiamo di segnalare anche i limiti di certe chiamate alle armi che rischiano di apparire - ora che il re è nudo - quanto meno intempestive. E rischiano, soprattutto, di scontrarsi con una difficoltà oggettiva: quella di superare i confini del mero movimento di opinione e parlare davvero a tutta la città. Il problema non è la condivisibilità dell’appello - bisogna voltare pagina: come non essere d’accordo? - quanto la sua pervasività, la sua capacità di diffondersi oltre la schiera dei soliti noti. Che rischiano, con tutto il rispetto, di parlarsi addosso raccontando, solo a se stessi, cose già note.

Insomma, è importante che i promotori del «risveglio civile» non se la cantino e se la suonino da soli, avvitandosi in una spirale di autoreferenzialità, ma siano in grado di lasciare davvero un segno, un’impronta. A Napoli il tempo delle denunce, come quello dei cantieri, sembra eterno. Di «manifesti» ne abbiamo contati tanti, tutti autorevoli e ambiziosi, a cominciare da quello promosso dal compianto Aldo Masullo per segnalare l’immobilismo di una città dove le lancette delle storia sembrano essersi fermate. Vogliamo essere ottimisti e pensare che quanto meno i «ricostituenti» riescano a dare la sveglia alla città, dopo averla data a se stessi.
  Ultimo aggiornamento: 07:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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