In un mondo di Pep e di Mou viva Ringhiostar

Mercoledì 26 Febbraio 2020 di Marilicia Salvia
Buona la prima, mister Ringhio Gattuso. Buona, quasi perfetta la partita del debutto come allenatore in una sfida Champions, e mica una qualsiasi. Buona la prima, e scommettiamo che anche lui, come tutti noi, ha provato un fremito inquieto al pensiero che quell’inno, e quell’urlo, chiusa questa stagione rischiano di restare lontani dal San Paolo per un anno almeno. Ingiusta condanna, sommamente ingiusta per una squadra e il suo allenatore che nel giro di due mesi sono stati capaci di passare dall’umiliazione di svariate sconfitte casalinghe all’orgoglio di un confronto giocato ad armi pari con una delle squadre più forti dell’universo.

Com’era che dicevano? «Esonerato Ancelotti, il Barcellona farà di voi polpette». Invece è andata che «ci hanno fatto il solletico», felice sintesi firmata Ringhio alla fine di una partita in cui il Napoli non ha quasi mai sofferto, e nel quasi ci sta quel maledetto gol beccato nell’unico nostro momento di distrazione coinciso con l’unico loro tiro lanciato verso la porta di Ospina. Andrà come andrà a Barcellona, c’è tempo per pensarci e per prepararci, per alternare preoccupazioni e speranze: la notizia è che le speranze siamo legittimati a nutrirle, e se possiamo farlo è perché non siamo più un’armata brancaleone, e se non lo siamo più è perché quest’uomo grande e grosso, affamato e semplice, ci sa fare, con il pallone ma anche con il cuore. Anche se non è Ancelotti e non è Guardiola, non è il carismatico Klopp e neanche l’ex amatissimo ex comandante Sarri. O forse proprio per questo. Mister Gattuso è in effetti un pianeta a parte che stiamo scoprendo a poco a poco, grintoso ma mai aggressivo, determinato ma con i piedi sempre ben piantati a terra. E poi motivatore.

«I ragazzi sono forti, il Napoli è una squadra fatta di elementi di qualità»: il mantra ripetuto a ogni conferenza stampa non è buttato lì per difesa d’ufficio, e non è ribadito perchè (obiettivamente) vero. Ma perché non si dimentichi, perché nessun avversario, nessun giornalista si senta autorizzato a dimenticare le cose straordinarie fatte da questo gruppo. E nessuno in questo gruppo si senta snobbato dal suo allenatore, sminuito, mortificato «perché in campo, alla fine, ci vanno loro».

Non è Ancelotti pur essendone addirittura «un fratello» e non è Mou e non è neanche Klopp, il nostro Ringhio, ma sempre di più è Ringhio Star, per parafrasare il titolo della canzone sanremese che vuol rendere giustizia alla vita da mediano del meno celebrato ma non meno importante, ai fini del successo, dei quattro Beatles. Ringhio Star non è (ancora) panchina d’oro, non è superpagato e non ha fatto di Castel Volturno un posto glam. Però è concreto, è accorto e sa fare di necessità virtù: un perfetto Pinguino Tattico, appunto, tattico come martedì sera ha nettamente dimostrato di saper essere. Nucleare però no, preferiamo dire atomico. Anzi spaziale. Ma lo diremo solo dopo che a Barcellona avrà fatto una certa cosa, che oltretutto significherebbe riportare per un’altra volta ancora al San Paolo l’inno della Champions: come dire musica a cura di Ringhio Star, e a quel punto altro che vita da mediano, bisognerà riscrivere pure la storia dei Beatles (se poi riesce a convincere Dela a rinnovare Dries a vita, non basta più neanche spaziale: galattico, intergalattico, iperstellare, scelga lui l’aggettivo e noi sottoscriviamo).
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