Crisi Napoli, caro Ringhio non è colpa del web

Lunedì 11 Gennaio 2021 di Marilicia Salvia

Tutti allenatori sul web, e qualcuno anche hater - per non dire odiatore che è una parola tremenda - più i soliti tifosi sovraeccitati che si travestono da agenti provocatori. Benvenuti nel 2021, lo diciamo soprattutto a Gattuso che forse era rimasto ai tempi del bar Sport. Sul web si legge e si scrive di tutto e tutto scivola nell’inconcludenza, figurarsi i commenti su una partita o su una prestazione più o meno incolore che basta una capocciata trasformata in gol al novantesimo e tutto quello che hai detto se lo porta il vento. Perciò per favore niente alibi nè frecce avvelenate, perchè se davvero la crisi di risultati e soprattutto di gioco di cui il Napoli sta soffrendo a giorni alterni dovesse essere imputabile a quel che i calciatori leggono «smanettando» sui telefonini, allora sì che ci dovremmo seriamente preoccupare: ma della loro salute mentale, non della posizione in classifica.

Certo Napoli è una piazza difficile, su questo Gattuso ha ragione, ma non potrebbe essere diversamente, in una città e per una tifoseria che da troppo tempo aspetta di vincere qualcosa di importante, e che da troppo tempo si illude che il tempo del salto di qualità sia finalmente arrivato per poi restare puntualmente delusa. Una tifoseria che - non dimentichiamolo - fino a tre anni fa si esaltava portando in giro la sua Grande Bellezza, e poi pure di questa è stata defraudata, che è vero che neanche allora si era vinto niente, ma non è che adesso la classifica prometta granchè. Quindi basta chiacchiere e recriminazioni, basta con fantasiosi scaricabarile che finiscono solo per peggiorare le cose, e piuttosto mettiamoci a cercare l’anima, di questa squadra.

Perché è lei che abbiamo perduto, da tre anni in qua, insieme allo scudetto in quel maledetto albergo fiorentino. L’anima che è tante cose insieme, è il veleno e la cazzimma, la forza fisica e il gesto atletico, ma anche il modulo di gioco, la fisionomia, i ruoli rispettati, il senso del gruppo. In pratica tutto quello che adesso nel Napoli non c’è, se non a sprazzi, a singhiozzo. Ogni tanto una luce. Che tenerla accesa tocca a tutti, alla società, ai calciatori e anche all’allenatore. Ai tifosi un po’ meno, almeno in questa triste fase che li tiene lontani dal Maradona. Se no sai che fischi, altrochè smanettare sui telefonini.

Ma vogliamo essere buoni, e pensare che invece è proprio lì la chiave di tutto, nella sterilizzazione degli stadi che senza pubblico sembrano tutti uguali, tutti campi neutri, un silenzio assordante che penalizza allo stesso modo tutte le squadre ma il Napoli di più, povero Napoli privato del suo calorosissimo dodicesimo uomo in campo.

Magari è vero, davanti ai tifosi qualcuno dei trentatre tiri tentati contro lo Spezia sarebbe entrato in porta, non ci saremmo fatti fregare dal Sassuolo e contro il Torino non ci saremmo mai sognati di «tenerci stretto» il punto del pari. Cinque punti persi in tre partite che sarebbero state più che alla portata del Napoli per come lo conosciamo noi, cinque punti e una partita in meno che oggi ci farebbero ragionare da quasi capolista, mentre stiamo qui a stracciarci le vesti davanti alla prospettiva dell’ennesima stagione sprecata. Un peccato enorme, nell’anno del Covid che livella tutto, dell’ammucchiata di tante squadre nell’arco di pochi punti, per cui davvero ogni punto è prezioso, ogni punto perso o guadagnato può fare la differenza. Certo non è finita finchè non è finita, certo scontiamo assenze pesanti, perchè con Mertens e Osimhen e Koulibaly il Napoli è un altro Napoli. Ed è per questo - e non fosse altro che per questo - che ogni tentazione di resa dei conti che pure aleggia sul cielo di Castelvolturno e negli umori neri dei tifosi da tastiera va assolutamente respinta. Non è questo il tempo degli scaricabarile, ma neanche dei processi sommari. Non ora che gli infortunati sono (più o meno) pronti al rientro, non ora che il calendario del campionato e delle coppe entra nel vivo. Non ora che è iniziato il conto alla rovescia verso l’appuntamento clou della nostra stagione, la Supercoppa da strappare alla nostra eterna, unica e assoluta avversaria. Nove giorni a partire da oggi: il tempo buono per suggellare un patto dentro e fuori lo spogliatoio. Tra i calciatori e il loro allenatore, tra la squadra e la società. E soprattutto con i tifosi.

Quel trofeo, ricordiamocelo, ce lo andiamo a giocare grazie a Gattuso, alla scossa che seppe dare all’ambiente impantanato nella palude del dopo-Ancelotti, all’organizzazione di gioco che costruì sostituendolo d’incanto alle alchimie del calcio liquido. Non se l’aspettava nessuno quella Coppa Italia e nessuno gliela aveva chiesta, eppure Ringhio l’ha messa nel mirino e l’ha portata a casa, ottenendoci così anche il passaporto per l’Europa League, e adesso questa sfida dal sapore forte, incomparabile. Nove giorni di polemiche sospese, di giudizi messi in soffitta, di parole misurate, calme. Di lavoro serio e di silenzi, di incoraggiamento, di fiducia. Ce la possiamo fare, ce la vogliamo fare. Dopo, ne siamo certi, tutto sarà molto, molto più chiaro.
 

Ultimo aggiornamento: 12 Gennaio, 07:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA