Napoli-Juventus, perché 27 punti di differenza non contano

Sabato 25 Gennaio 2020 di Francesco De Luca
L’ultima vittoria del Napoli sulla Juve al San Paolo risale a cinque anni e mezzo fa: era il 26 settembre 2015 e finì 2-1 contro i campioni d’Italia. Sulla panchina azzurra un allenatore che dopo un approccio sofferto era stato messo in discussione perfino da Maradona, che poi ebbe l’umiltà di chiedergli scusa. Sarri, appunto quell’allenatore, stasera torna a Fuorigrotta e sa che verrà fischiato perché ha fatto una scelta di campo che da queste parti è intesa come un tradimento, cioè andare alla Juve. «E, nel caso ci fossero fischi, sarebbero d’amore».

La vittoria sulla Lazio in Coppa Italia - conquistata dal Napoli con orgoglio e coraggio, ma soprattutto con un’accorta disposizione tattica - ha riacceso l’entusiasmo dei giocatori e dei tifosi, che rappresentano un alleato importante nell’operazione di rilancio. Difficile pensare che si possa battere la Juve, che ha perso solo due partite nelle 29 di questa stagione contro lo stesso avversario (la Lazio) e ha vinto 5 gare su 5 in gennaio, ma Rino ci crede e ha studiato i pochissimi punti deboli dei bianconeri. Da attaccare come accadde nel secondo tempo della partita del 31 agosto a Torino, sullo 0-3, quando gli azzurri di Ancelotti rimisero tutto in discussione, fino al 3-3 rovinato dall’autorete di Koulibaly: fu la prima di una lunga serie di amarezze. Con il suo passo rapido e il suo talento Insigne può essere la chiave della partita, anche se Sarri ne conosce bene i movimenti perché è nel suo triennio che Lorenzo è diventato un punto di forza, sul lato sinistro dell’attacco, in quel 4-3-3 che Gattuso ha ripescato dopo l’abiura di Ancelotti. Il capitano dovrà cercare tra Cuadrado e De Ligt lo spazio per l’inserimento, come ha fatto in occasione del gol alla Lazio, mentre Milik proverà a vincere il confronto fisico con Bonucci. La Juve ha un centrocampo di grande spessore, per fortuna nel Napoli è spuntato Demme, che ha visione di gioco e forza fisica: quanto mai opportuno il suo inserimento - come quello di Lobotka - proprio ora che alla lista degli indisponibili si è aggiunto Allan. 

La contemporanea assenza del brasiliano, di Koulibaly e Mertens priva Gattuso di tre uomini che hanno scritto la storia recente del Napoli, quello di Sarri. E pesa nell’allestimento della formazione, anche perché - ad esempio - sulle tracce di Cristiano Ronaldo si metterà Hysaj e non Di Lorenzo, obbligato a giocare al centro. La Juve è stata una macchina da guerra in queste settimana, con la media di due gol a partita. Pur cambiando allenatore e perdendo già alla seconda di campionato Chiellini, i bianconeri sono saldamente al comando della classifica. Tenterà di rallentarne la marcia il Napoli, che è a 27 punti e ha chiuso fin dalle prime battute della stagione il libro dei sogni: non è stato mai in corsa per lo scudetto a differenza del passato. Tutto è stato rovinato in estate, con un mercato sbagliato - anche stasera Lozano, pagato 42 milioni va in panchina - e un’incapacità di Ancelotti di trovare la strada per la soluzione dei problemi, laddove la squadra sul breve, nella partita secca, è risultata competitiva, in Champions come nel match di Coppa vinto contro la Lazio. Prima che sbarcasse qui Maradona, il Napoli era la squadra da battere per una questione di orgoglio perché non si poteva sperare di inserirsi nella lotta per lo scudetto. Lo scenario stava per cambiare con Sarri, fino a quel week-end di fine aprile tra Milano e Firenze in cui si infransero le speranze. Gattuso è uomo di grande concretezza e non vuole coltivare illusioni, dunque opportuno il suo richiamo ad osservare la parte bassa della classifica affinché sia raggiunta rapidamente la zona sicurezza. Si augura che il Napoli possa finalmente avviare un percorso dopo la vittoria in Coppa Italia, evitando ulteriori passi indietro, com’è accaduto contro la Fiorentina, quando si è vista una squadra svuotata. Quattro sconfitte consecutive a Fuorigrotta sono pesantissime e per cambiare la classifica è necessario che il Napoli giochi con applicazione e intensità, anche contro una delle candidate alla vittoria della Champions, non solo dello scudetto. «La Lazio deve essere l’inizio di un cammino», ha detto Insigne. Se non fosse così, prima sul piano dell’impegno e poi quello dei risultati, Lorenzo e i compagni tradirebbero se stessi. Gattuso è disponibile ad accettare gli errori fino a un certo punto e ha anticipato che userà le maniere forti nei confronti di chi non butterà il cuore in campo, una volta concluso il mercato e superati gli infortuni.

L’umile Rino ha rivelato di aver studiato Sarri per proporre nelle sue squadre qualcosa del suo repertorio, a cominciare dal 4-3-3. Certo, Maurizio e il modulo di riferimento - alla Juve gioca anche con il 4-3-1-2 - sono stati clamorosamente rivalutati da De Laurentiis, che non più tardi di un mese fa ha fatto riferimento alla «grande bellezza» auspicando che Gattuso possa aprire un simile ciclo. Come si ricorderà, la rottura con Sarri fu traumatica. Il presidente, seccato per i tentennamenti di Maurizio, aprì la porta ad Ancelotti, compiendo la stessa mossa di cinque anni prima, quando si affidò a Benitez dopo aver interrotto il rapporto - anche quello positivo - con Mazzarri. Il presidente prese due tra i più titolati tecnici al mondo per rispondere con i loro trofei agli addii di Mazzarri e Sarri. Mentre Benitez ha vinto due coppe nel 2014 e ha contributo con il suo nome a portare a Napoli alcuni giocatori (Albiol, Callejon e Reina tra questi), Ancelotti non ha lasciato alcun segno. E, anzi, chi ha messo piede a Castel Volturno dopo di lui ha subito colto la gravità dei problemi. Una stagione storta dopo campionati conclusi con puntuali qualificazioni in Champions, sfidando appunto la Juve per lo scudetto, può starci. In fondo, anche il Tottenham, dopo aver giocato la finale di Champions, è stato costretto a licenziare Pochettino e si trova all’ottavo posto in Premier. Ma è tutto quello che ha contrassegnato la stagione azzurra che inquieta e deprime, dalla rivolta del 5 novembre a una serie di assenze difficilmente inquadrabili. Se un allenatore va male, lo si licenzia. Ma se la società non riesce a gestire la squadra, cosa si fa? Proprio pensando a Sarri si avverte il rimpianto per il gioco, i risultati, l’ammirazione e il rispetto che in tre anni il Napoli aveva conquistato. Maurizio sa come va il mondo, cioè il calcio, e i fischi non potranno cancellare una storia di autentica passione. Gli azzurri se la giocheranno, provando a cancellare - per una notte - quei 27 punti di differenza. © RIPRODUZIONE RISERVATA