Pironti e gli altri: ​molte lacrime, poca memoria

Lunedì 20 Settembre 2021 di Piero Sorrentino

Per vedersi garantita profonda riconoscenza, a Napoli ancora più che altrove esiste un metodo infallibile: morire. Certo, si tratta di una soluzione un po’ troppo radicale e – ahinoi – irreversibile, ma di comprovata efficacia. Solo che, al contrario di altri luoghi, dove alle parole seguono i fatti, questa è la città della gratitudine in forma di cambiale, dove i ringraziamenti per i suoi figli illustri accorrono a frotte, a poche ore dalla scomparsa, sotto forma di impalpabili “pagherò”. Le attestazioni si sprecano, le promesse si rincorrono. Con la curiosa attitudine, infine, a rimanere tali, o peggio, a ribaltarsi nel loro esatto opposto.

È accaduto qualche giorno fa con Tullio Pironti. È successo l’anno scorso con Diego Armando Maradona. Càpita da tempo immemore con Totò. Per ognuno di questi nomi si sono versate lacrime, ci si è battuti sonoramente il petto, si sono levati altissimi lai. A ognuno di loro è stato promesso il giusto, doveroso tributo memoriale. La loro esperienza terrena si è conclusa, certo, ma state pure certi che la città non dimenticherà. E questo è un bene, perché la memoria è sempre un fatto instabile, fragile, va continuamente riattivata, e va riattivata con la cura delle cose e degli oggetti che a quelle personalità sono legati. Come ne “Il museo dell’innocenza” dello scrittore turco Orhan Pamuk – il museo letterario che ospita gli oggetti concreti, veri, reali, utilizzati dai personaggi inventati dell’omonimo romanzo del romanziere di Istanbul – le cose sono legate a doppio filo all’immaginario, ne sono il rovescio l’irrinunciabile rovescio della medaglia. Servono a ricordare e a ritrovare. Preservano, conservano e prolungano. I libri dell’editore, i cimeli donati dai tifosi all’indomani della morte di Diego, le raccolte di documenti e memorabilia dell’arte di Totò. 

Su ognuno di questi casi soffia invece il vento gelido della superficialità, dell’incostanza, dell’oblio. Del museo da dedicare al Principe De Curtis si discute stancamente da tempo immemore. Lo stesso destino amaro toccato ai 200mila libri che il pugile-editore di piazza Dante avrebbe voluto regalare alla cittadinanza e che, stipati in un deposito del Comune, finirono al macero dalla sera alla mattina, caricati senza troppi complimenti in un camion dell’Asìa e ficcati nel tritacarte. Infine, è notizia dell’altroieri, il fallimento della mostra “Sinfonia di una felicità: Napoli es mi casa”, che nei locali del museo Filangieri avrebbe dovuto raccogliere le migliaia di cimeli che avevano travolto, in una commossa ondata di affetto, la curva B dell’allora stadio san Paolo all’indomani della scomparsa di Maradona.

Ognuno tragga da sé le conclusioni che provengono da questo infelice trittico di esempi, distribuendone colpe e responsabilità. Certo è che, ancora una volta, Napoli arriva in enorme affanno all’appuntamento decisivo con la memoria, proseguendo nella sua attività preferita: il colpo di spugna, la dimenticanza, il tirare avanti sui fatti che attribuiscono lineamenti preziosi e irripetibili alla sua identità. Fatti storici, o comunque di interesse collettivo, e allo stesso tempo profondamente incisivi sulle storie dei singoli. Fatti doverosamente memorabili per il bene della comunità e al tempo stesso difficili da mettere a fuoco dalla memoria sempre precaria delle singole persone. Come elaborare insieme un lutto individuale e un lutto collettivo? Come tenere unite l’esigenza della memoria e la necessità di rispettarla concretamente, con i fatti, al di là delle commemorazioni rituali, delle facce di circostanza a favore delle telecamere, delle altissime dichiarazioni d’intenti che tali restano? Del resto, si sa: l’oblio è come l’acqua. Lento a infiltrarsi nel corpo di una comunità, ma inarrestabile. La scrittura della memoria di una città, viceversa, è un gesto in continua evoluzione, scritto con una matita dalla punta sempre troppo sottile, sempre sul punto di potersi spezzare. Così come sempre friabile, in salita, è il terreno di una buona storia e di una memoria asciutta, filtrata dalle inutili geremiadi pronunciate a pochi minuti dai funerali. La memoria, quella vera, è figlia di un gesto faticoso, quotidiano, che si attiva quando si smonta la panna dolciastra della retorica. E la memoria migliore resta sempre quella degli oggetti, delle cose, che sono infallibilmente immagini, simboli e metafore di qualcos’altro. 

La bombetta del Principe non è solo un cappello, i libri di un editore non sono solo rettangoli di carta inchiostrata, la maglia azzurra col numero 10 stampato sulla schiena non è solo un pezzo colorato di tessuto. Sotto il velo delle cose si nasconde un disegno simbolico fortissimo. Forse è questo rito espiatorio dello sguardo in profondità sugli oggetti della sua storia che Napoli, forse per paura di scrutare dentro le sue profonde incertezze, non vuole, non sa, non può compiere. 

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