Prefetto di Napoli, un'eredità pesante

Martedì 28 Settembre 2021 di Leandro Del Gaudio

Non ha fatto il turista nei suoi venti mesi a Palazzo di Governo. Nè si è limitato a tenere le carte apposto, a ragionare da burocrate, magari passando da un comitato per l’ordine pubblico a una inaugurazione, rimanendo al di fuori del contesto cittadino. No, il prefetto di Napoli Marco Valentini ha fatto il prefetto: ha svolto la sua funzione di rappresentante delle funzioni governative a Napoli, al di là di ogni convenienza o paravento istituzionale. Ha fatto il cittadino napoletano, calandosi nelle acque (non sempre serene) di una metropoli che non ama gli approcci formali e una certa liturgia all’insegna del politicamente corretto. 

Venti mesi tutti di un fiato, da gennaio del 2020 a settembre del 2021, passando per la crisi sanitaria e occupazionale imposta dall’emergenza covid, per rilanciare la centralità del proprio ruolo, specie nei giorni in cui Napoli è chiamata a scegliere la propria classe dirigente e a votare per il proprio futuro. Una lezione, quella di Marco Valentini, che non può essere dispersa e che - ne siamo convinti - sarà portata avanti in modo energico dal nuovo inquilino di piazza Plebiscito, il collega di Torino Claudio Palomba. Una staffetta di alto profilo, che conferma la centralità del capoluogo napoletano, nell’agenda del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, ma che spinge anche a una riflessione tutta interna al sistema politico istituzionale e al dibattito culturale cittadino. A partire dai tre punti su cui il “cittadino” Valentini si è maggiormente speso nella sua azione ai vertici della Prefettura: la questione dei murales; l’esigenza di intervenire sulle imprese in odore di camorra, per assicurare libero mercato, come richiesto da uno stato democratico; la proliferazione delle armi nell’intera area metropolitana. Tre questioni tutt’altro che nuove, che sono state prepotentemente imposte da quanto avvenuto negli ultimi due anni, nelle stanze di Palazzo di governo.

Partiamo dalla storia dei murales. Roba da torcicollo: per anni, siamo stati costretti a girare lo sguardo altrove di fronte alle gigantografie del camorrista di turno ucciso dal clan rivale, venerato come una divinità dalle nuove generazioni, con tanto di inchino o omaggio vassallatico di fronte all’altarino rigorosamente abusivo (come nel caso dell’ara edificata in onore del killer della paranza dei bimbi Emanuele Sibillo). 

Per anni, abbiamo fatto finta di niente di fronte all’affresco del rapinatore ammazzato dalle forze dell’ordine durante un colpo, un’azione predatoria, la violazione di un posto di blocco (dal 17enne Davide Bifolco al rione Traiano, per finire a Luigi Caiafa e Ugo Russo), tollerando assalti negli ospedali, sassaiole contro le divise, finanche spari contro la principale caserma dei carabinieri a Napoli. Fino a quando poi non si è arrivati a un punto di svolta. È il quattro marzo scorso - in sede di comitato per l’ordine pubblico, quindi rigorosamente a porte chiuse -, quando il prefetto solleva il problema. Ha davanti a sè, tra gli altri, i rappresentanti della giunta De Magistris, quando si affida a poche parole, che suonano come uno schiaffo a chi si è fatto garante della peggiore deregulation: «Ripristinare il rispetto della legalità, con la progressiva rimozione di manufatti o altri simboli che insistono abusivamente sulla pubblica via, fermo restando l’eventuale sussistenza di specifici reati». Negli stessi giorni, è stato il Mattino (ospitando un’intervista del prefetto) a sollevare il problema dell’inerzia del Comune nei confronti della questione dei murales. Ricordate quei titoli? E quei riferimenti a chi di fronte a un problema evidente, sembrava limitarsi a una alzata di spalle?

È stata una campagna stampa martellante, come si addice al principale quotidiano cittadino, che ha ottenuto un risultato insperato, al di là della rimozione di questo o quell’altare per il boss o killer di turno: quello di restituire voce al senso del decoro, al senso del pudore di fronte a uno scempio manifesto del bene pubblico. Una campagna stampa che ha rotto il muro dell’indifferenza e della rassegnazione, alimentando battaglie legali, come quella dei condòmini di edifici storici, che fino a quel momento erano rimasti vittima della peggiore forma di isolamento: dettata dalla paura e dalla mancanza di alternativa. Ed è su questo punto, anche facendo leva sul lavoro che verrà svolto in Prefettura, che il Mattino intende andare avanti con la propria azione di denuncia, senza abbassare la guardia.

Parliamo del capitolo delle armi, l’altra emergenza su cui conviene soffermarsi. Napoli a mano armata, città delle stese, metropoli più armata d’Europa, per dirla con lo stesso prefetto Valentini. Napoli roulette russa, per usare un’espressione di un’altra voce autorevole delle nostre istituzioni, il procuratore generale Luigi Riello, che - nell’intervista in pagina - richiama l’attenzione sulla città santabarbara. Troppe armi in circolazione, troppe persone violente e in grado di uccidere, troppi ordigni da guerra che rappresentano un rischio per tutti, troppi minori impuniti, anche quando vengono fermati a maneggiare pistole, coltelli e il tanto agognato (in certe sfere criminali) “kalàsh” (che sta per kalasnhikov, il famigerato Ak47).

Anche in questo caso è una realtà sotto gli occhi di tutti, come ha confermato la relazione semestrale della Dia, guidata da un poliziotto esperto come Maurizio Vallone (è stato capo della Mobile a Napoli). E basta qualche numero per ribadire la gravità del fenomeno: oltre quattrocento sequestri di armi in un anno, un traffico di ordigni bellici con Iran e aree balcaniche, la città ridotta a una pericolosa polveriera. Un tema che dovrebbe essere al centro dell’agenda politica nazionale, un’emergenza che dovrebbe rappresentare il terreno di confronto immediato per i candidati al ruolo di sindaco di Napoli, ma che sembra relegato invece a un semplice mattinale da dare in pasto ai cronisti di nera. Anche su questo punto, c’è da augurarsi che la città non si volti altrove, ritrovando la forza di indignarsi per un andazzo da troppi anni protetto da indifferenza e rassegnazione.

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