La rivolta laboratorio ​del caos sociale

Domenica 25 Ottobre 2020 di Adolfo Scotto di Luzio

Per cogliere il significato di quello che è successo la scorsa notte a Napoli allo scoccare del coprifuoco è necessario collocare gli scontri all’interno di una sequenza più ampia. Solo così infatti è possibile capire ciò che è accaduto e quello che Napoli dice dello stato attuale del Paese.

È troppo facile infatti, e anche troppo comodo, invocare gli estremisti, i facinorosi, i delinquenti di ogni sorta e la camorra. Non perché la composizione sociale della rivolta non sia fatta anche di questi elementi, ma perché a Napoli le tensioni sociali sono costantemente esposte al rischio di assumere forme rivoltose. In una città in cui una parte consistente della popolazione - quella più povera e che dunque paga il prezzo più alto all’inasprimento delle condizioni di agibilità dello spazio pubblico - vive in condizioni semi e sub legali, in una città del genere, dico, non ci si può aspettare realisticamente che il conflitto assuma forme compatibili con un ordinato svolgimento della vita democratica. Da sempre, la rivolta di strada è il modo di esprimersi della paura e della rabbia popolari, dell’esasperazione collettiva.

Accadde nell’estate del 1973, ai tempi della crisi del pane (una delle ultime città europee a conoscere nel secondo dopoguerra l’assalto ai forni); accade oggi, ai tempi dell’emergenza sanitaria. Non sto sostenendo che sia questa la chiave distintiva della crisi sociale che minaccia la città. Sto sostenendo che a Napoli, a differenza di altre grandi città italiane, persiste un fondo popolare irriducibile a qualsiasi disciplina di tipo industriale. Qui non sono in gioco le forze superstiti del lavoro, inquadrate sindacalmente e dunque tenute per questo a freno. Qui è la città stessa, come trama fitta di relazioni sociali, che, messa in gioco dalla minaccia di un blocco, emerge in primo piano. Forma del conflitto e forma della città coincidono. Perché è la città e non altro, le sue strade, i vicoli, gli insediamenti abitativi, a fornire il principio organizzativo di base della protesta. Nelle grandi città plasmate dalla rivoluzione industriale, la mobilità urbana è regolata secondo flussi che sono largamente prevedibili e rigidamente determinati dall’ organizzazione del lavoro. A Napoli, la chiarezza di questi schemi è più difficilmente leggibile e per molti sbarcare il lunario non significa altro che poter disporre di tempo e libertà di movimento: gente che va e viene, apparentemente senza uno scopo; che passa il tempo per strada, in sella a motorini, che vive di traffici piccoli e grandi, di una querula e ininterrotta disputa quotidiana. È chiaro che in un contesto del genere, il lockdown, parziale o generale che sia, vuol dire sottrarre a questa quota di popolazione i due fattori principali del suo sostentamento: il tempo, appunto, e lo spazio. Siccome poi questa stessa quota di popolazione fornisce anche i contingenti più significativi all’esercito degli irregolari urbani e dei refrattari, gente abituata a “buttare le mani” e poco intimorita dallo scontro fisico con le forze dell’ordine, non dovrebbe essere difficile capire la dinamica dei fatti dell’altra notte, che a Napoli, sia detto chiaramente, è quella di sempre.

D’altra parte non si comprende lo stile comunicativo dei suoi vertici politici, a palazzo San Giacomo e alla Regione, senza questo stesso fondo popolare, che letteralmente sostiene e legittima le pose declamatorie tanto di De Luca che di Luigi De Magistris. Provate ad immaginarli entrambi fuori dal loro contesto. È impossibile. In quale altra città italiana (anche del Sud) è concepibile una retorica come quella dispiegata in questi anni e con più intensità nei momenti elettorali (dunque di maggiore mobilitazione del consenso popolare) dai due personaggi che da anni si dividono la scena politica dell’antica capitale del Mezzogiorno d’Italia? Costantemente sopra le righe, tesa, barocca. Esagerata. Il Covid ha messo De Magistris in un cono d’ombra, ma il “popolo” andato in scena la notte scorsa è lo stesso tante volte evocato dal sindaco. Dal canto suo, in una forma opposta, di tipo securitario, De Luca ha trasformato la sua carica istituzionale nell’avamposto declamatorio di una mobilitazione permanente della cittadinanza.

In questo clima, che a qualcuno fino a pochi giorni fa appariva divertente e cabarettistico, la rivolta di Napoli è arrivata al culmine di un crescendo di allarme sociale fatto di scenari apocalittici, morti portati via dai camion dell’esercito, blocco delle scuole, coprifuoco e minacce di chiusure ancora più radicali. È successo anche altrove, ma il punto sta proprio qui. Mai come in questi giorni stiamo assistendo ad una cacofonia di voci dissonanti. Ogni regione si è mossa e si muove per conto proprio, anticipando e forzando i provvedimenti governativi, frammentando di fatto le condizioni giuridiche di vita degli italiani in una miriade di regimi particolaristici che incidono spesso su dimensioni sensibilissime dell’unità politica del paese. È il caso della scuola. Lo schema è sempre lo stesso e si ripete con una regolarità davvero impressionante. Il dileguarsi delle forme della rappresentanza degli interessi sociali, la virtuale assenza di partiti organizzati territorialmente, ha finito per ricondurre la dialettica politica sul terreno storico del particolarismo italiano: la dimensione locale. 

Le regioni sono di fatto le punte avanzate dell’opposizione al governo. Per dare visibilità a questo loro ruolo sono portate gioco forza a drammatizzare i toni e ad accentuare il profilo della loro iniziativa politica. Tutto questo contribuisce a delegittimare l’azione del centro e ad accentuare nell’opinione pubblica la sensazione che la situazione stia sfuggendo di mano (in qualche caso l’azione di governo viene effettivamente ostacolata da varie forme di ostruzionismo locale, ancora una volta il caso più evidente è la scuola. In Lombardia il ministro Azzolina ha dovuto commissariare di fatto la direzione scolastica regionale per accelerare la nomina dei docenti che procedeva con una lentezza più che sospetta), di qui la richiesta di provvedimenti drastici e le cosiddette fughe in avanti. Ma in questo modo aumenta anche la pressione a livello di società sottostante. Gli interessi più vari entrano in ebollizione e premono sulle strutture del potere locale che a torto o a ragione sono individuate come nuovi centri decisionali. Le regioni che agiscono come altrettante fazioni diventano inevitabilmente i catalizzatori del conflitto. Hai voglia poi a dire che a Napoli dietro la rivolta c’erano i camorristi. Napoli in questo quadro rischia di essere solo il punto più avanzato del nuovo caos italiano. Il laboratorio dove la forma di questo caos assume le sembianze più pure.

 

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