Napoli, se crolla la narrazione delle stazioni d'arte

Domenica 23 Febbraio 2020 di ​Piero Sorrentino
C’è sempre un momento, prima di ogni rappresentazione, dove l’impegno continuo dell’attore si placa. Un istante in cui la fatica del lavoro di recitare alleggerisce il suo carico, e quel sistema di finzione costruita a tavolino inizia a trasmettere una corrente di verità a chi lo guarda. È tutto falso, ma sembra tutto vero. È una alchimia complessa, sempre a rischio di spezzarsi deludendo lo spettatore.

E quando accade – quando dietro l’interpretazione affiora l’artificio, la costruzione, la bugia – il castello crolla, e il godimento di chi assiste svanisce. È un disinganno che brucia non soltanto a teatro, ma tutte le volte che una storia che viene raccontata si mostra per quello che è: una simulazione, una millanteria, una bolla di sapone. E le stazioni della metropolitana dell’arte di Napoli sono diventate, in questo senso, il palco in cui è andata in scena la recita di una narrazione continua cesellata, per anni, intorno a un unico, martellante messaggio: va bene, è vero, probabilmente non avremo il più efficiente trasporto sotterraneo di viaggiatori del mondo, ma di certo abbiamo il più bello.

Sì, ci sono cittadini vessati da continui disservizi, ritardi, scioperi selvaggi, blocchi e interruzioni della circolazione, ma quella clientela può almeno godersi l’arte, la bellezza, ha la fortuna di passeggiare tra opere di artisti internazionali, si abbevera di cultura, fa un bagno nella grazia dell’espressione artistica più ricercata al prezzo irrisorio di un biglietto che costa appena più di un euro. Ecco, neppure quella narrazione così tenace, ormai, riesce più a reggere l’urto continuo con la realtà delle cose. 

E quella ipocrisia si manifesta quale ennesimo simbolo della grande bellezza di Napoli rovinata dall’incuria, dalla superficialità, dalla disaffezione, dalla indifferenza quotidiana, in una catena inesauribile che parte dai teppismi di gruppetti di vandali in libera uscita per arrivare all’immobilismo di una amministrazione ingrigita, bloccata, non si capisce se più rassegnata o indifferente. Quello storytelling sta venendo giù stazione dopo stazione. 
Un crollo che la nuova inchiesta di questo giornale dedicata allo stato delle opere d’arte ospitate lungo la linea 1 della metropolitana sta documentando giorno dopo giorno con incontestabile esattezza.

Dalla grande scultura a forma di mano aperta di Mimmo Paladino a Salvator Rosa imbrattata da graffiti e pennarelli allo sfregio dei Rettangoli colorati di Sol LeWitt a Materdei, dai pannelli a led danneggiati di Robert Wilson alla fermata di Toledo alle scritte coi neon spenti o rotti di Joseph Kosuth a quella di Dante, per tacere dello stato delle opere di Pistoletto, Alex Mocika, Enzo Cucchi. E sotto ognuno di questi preziosi pezzi deturpati si apre ogni volta come un precipizio sul fondo del quale si intravede tutta l’insicurezza e la vulnerabilità di una città che non sa che farsene della bellezza di cui è dotata o che le è stata donata, che si agita scompostamente sul ring e prova fronteggiare le percosse di un nemico invisibile senza riuscire più a schivarli, sballottata qui e là senza fiato e senza progetto o strategie per uscire dall’angolo, cieca, con gli occhi resi così tumefatti dai colpi che nemmeno riesce più a vedere una mano amica che si tende per tirarla su dal tappeto, proprio come è successo in questo caso, con il Comune che continua incredibilmente a tenere fermo al palo il progetto del Mam, il Museo Aperto della metropolitana di Napoli di cui si parla da oltre due anni, sostenuto da capitali provenienti interamente da un gruppo di finanziatori privati che ha messo sul tavolo uno stanziamento iniziale di un milione e mezzo di euro, in una proposta di partenariato pubblico-privato che garantirebbe, senza un centesimo di spesa da parte dei cittadini, manutenzione e investimenti in tecnologie e infrastrutture. Per molti mesi il Comune ha incassato in silenzio la proposta, dopo di che ha preso tempo per studiare, poi ha nominato commissioni e gruppi di lavoro, poi ha istituito tavoli di valutazione, fino a quando – è notizia di questi giorni – il Direttore generale ha spedito la proposta al Servizio Beni culturali e al Servizio di Gabinetto. 

Di più, intorno a questa estenuante performance burocratica, al momento non si può sapere. Quel che è certo è che non si può continuare a restare imprigionati in una gabbia di vetro dove le pareti trasparenti donano soltanto l’illusione di potersi muovere liberamente, ma in cui – in realtà – la fame d’aria cresce ogni giorno di più. Non si diventa una grande città lasciandosi soffocare dall’immobilismo. Si cresce trovando il coraggio di buttare giù le prigioni delle nostre piccole o grandi insipienze. In caso contrario neppure la Bellezza, come sosteneva il principe Myškin ne“L’idiota” di Dostoevskij, salverà il mondo. Soprattutto se deturpata.
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