Città allo sbando, serve ​una squadra di rammendatori

Martedì 29 Settembre 2020 di Antonio Menna
Quando il 13 maggio del 2011, alla rotonda Diaz, dopo il primo turno elettorale, in vista del ballottaggio, Luigi De Magistris durante un comizio urlò “abbiamo scassato, abbiamo scassato”, lo prendemmo tutti come un grido di gioia. Invece era una profezia. Scassare, appunto. Scassare tutto il possibile.

Il lunedì nero della città li ha messi in fila, per farceli vedere bene, come in un catalogo del male, i colpi inferti al corpo di Napoli: il trasporto pubblico in tilt, con la metropolitana più bella del mondo che è anche la più dannata, le stazioni che franano, i treni che si fermano, e la viabilità al collasso, le strade rotte, i cantieri eterni, le buche ancora aperte dall’ultimo temporale, gli alberi spezzati, la Galleria Vittoria imbracata e chiusa, il lungomare ri-liberato, stavolta dalla demagogia, che diventa un corteo di auto lentissime come formiche, e poi i parchi pubblici negati, gli impianti sportivi abbandonati, il verde senza cura e senza manutenzione, l’arredo urbano degradato, la chiusura delle scuole come unica misura possibile, data l’incuria generale, per proteggere i ragazzi dai rischi di mezz’ora di vento. Una città umiliata che, priva di servizi, deve rinunciare a vivere; una città che anche quando è stata baciata dalla fortuna di un ciclo turistico virtuoso non ha costruito sistema, progetto e organizzazione e ha lasciato ai singoli il compito di fare rete e creare comunità.

Una rete e una comunità così fragili da sfarinarsi in questo nuovo danno mondiale che si chiama Covid, e che, sul tessuto sociale come sui corpi, fa più male dove trova la ferita aperta. Sì, avete scassato. Ma adesso tocca ricostruire. La città ha radici salde e sane. È una capitale, per caratteristiche storiche, culturali e geografiche. Crocevia del Mediterraneo, amata nel mondo. Può rimettersi in piedi e giocare un ruolo cruciale, anche in quella che sarà domani l’economia della nuova vita post-Covid. Recuperare i ritardi, ridurre i divari: lo ha detto l’Europa, a proposito del Recovery Plan.

La partita del futuro può essere una bella sfida per Napoli. Ma c’è bisogno di rammendare tutti gli strappi, di ricucire le ferite, che in qualche caso sono profonde, e andrà fatto con la pazienza certosina dei medici di una volta. Quelli capaci di unire competenza e saggezza, studio e dialogo. Un rammendatore attento, ecco chi dovrà essere il prossimo sindaco. Non la bandana ma ago e filo. E per intero concentrato sulla città. Basta con l’ego ipertrofico, basta con questa ambizione smisurata di fare il re del mondo non riuscendo neppure a potare gli alberi sotto l’ufficio. Ha detto bene su queste colonne, il professore Bargagallo: meno tv, meno comizi, anche meno bagni di folla, più lavoro oscuro, profondo, serio. Ma attenzione: manca un bel po’ alla primavera elettorale, e tocca attraversare questi mesi con grande cautela. Senza sprofondare nel politicismo, nel personalismo, nei vecchi vizi della politica politicante.

La vittoria netta di De Luca in Regione, la velocità decisionista con cui il governatore ha varato la sua giunta, il tratto forse un po’ paternalistico ma di cura persuasiva che ha avuto De Luca nella gestione dell’emergenza sanitaria, apprezzato dagli elettori, deve spostare sul capoluogo una vigorosa energia ricostruttiva, nella serietà e nella cura. Ne siano interpreti coscienziosi tutti gli attori politici e sociali: parta pure il confronto, si alimenti pure la competizione. Ma si rimanga sul tema Napoli e si faccia un collettivo esercizio di responsabilità e cura. C’è bisogno di ricucire le mille ferite di questi anni. E rammendare – si sa – è molto più difficile che scassare.
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