Capi e correnti non possono ​imbrigliare la svolta

Domenica 17 Ottobre 2021 di Adolfo Scotto di Luzio

È difficile non notare la singolare contraddizione dentro la quale si dibatte il nuovo sindaco di Napoli alle prese con il problema della formazione della giunta. Impegnato ad accreditare il profilo di uomo molto competente, a capo di una squadra che si lascia immaginare sarà composta da uomini e donne altrettanto competenti, Gaetano Manfredi deve innanzitutto fronteggiare i malumori legati al ventilato ingresso nel governo della città di una donna che è stata assessore regionale del presidente Stefano Caldoro e che è anche la madre di un signore che da capogruppo di Forza Italia in consiglio comunale si è fatto coordinatore di una lista civica a sostegno dell’attuale sindaco il cui nome, “Azzurri per Napoli”, se allude corrivamente ai colori della squadra cittadina rimanda in modo altrettanto evidente alla maglia di inossidabile berlusconiano mai dismessa nonostante l’arrischiato cambio di fronte.

L’uomo molto competente è dunque nel frattempo impelagato in questioni meno rilevanti dal punto di vista della competenza e ben più prosaicamente legate alla tradizionale contrattazione politica. E Manfredi, avendo imbarcato per la sua vittoriosa campagna ben tredici liste elettorali, di contrattazioni di questo tipo dovrà, verosimilmente, affrontarne molte. 

Fa specie, in questo senso, l’appello diretto del sindaco ai capi nazionali dei partiti che lo hanno sostenuto, che sono anche e non solo i capi in senso letterale, quelli che un tempo si sarebbero detti i segretari generali, ma soprattutto capi corrente, leader riconosciuti di altrettante fazioni all’interno dei partiti maggiori. E così, accanto a Letta, Manfredi ha visto Franceschini e insieme a Conte ha ritenuto di dover consultare l’attuale presidente della Camera Roberto Fico. A che scopo? Perché Manfredi, ingegnere, professore universitario, rettore della Federico II e capo dei rettori di tutte le università italiane prima di diventare ministro delle stesse, ha veramente bisogno del parere di costoro per sapere chi scegliere e per quale posizione?

Napoli, insomma, si presenta al nuovo sindaco innanzitutto nella forma di un condizionamento ambientale così potente da dover trovare fuori dal suo perimetro un punto di appoggio sufficientemente saldo per opporre un’efficace resistenza alla molteplicità degli interessi famelici che cominciano ad accalcarsi alla porta del primo cittadino. 

Investito dell’autorità e della responsabilità di gestire direttamente i fondi del Pnrr, Manfredi si trova così nella difficilissima situazione di dover costruire attorno al suo mandato una cortina protettiva fatta di uomini capaci di sottrarsi al bargaining politico-clientelare, ma che tuttavia saranno a loro volta attorniati (viene da dire circondati) da altri attori, ben diversi dal punto di vista delle loro funzioni e soprattutto degli interessi corposi che sono chiamati a rappresentare. Espressione diretta dei partiti, questi “altri” uomini di Manfredi non potranno certo essere scelti lontano dalla città. I capi, ai quali Manfredi si è rivolto, sono i terminali di correnti e di cordate ben rappresentate a livello locale. Sarà interessante, allora, osservare come il nuovo sindaco saprà destreggiarsi tra questo duplice sistema di condizionamenti, tra le esigenze di governo tecnico del Piano nazionale e la pluralità dei cosiddetti stakeholders locali, dei portatori in loco di interessi. Ma questo, come si diceva, si vedrà. Si deve intanto constatare fin da subito, non senza un lieve sorriso scettico, tuttavia, come la montagna del cambiamento abbia prodotto da parte dei partiti il proverbiale topolino di uno sconsolante ritorno dei soliti noti. Bisognava voltare pagina.

Lo schema post-demagistrisiano è stato costruito a bella posta per enfatizzare la svolta. Dopo dieci anni, si diceva, è ora di dare un nuovo passo alla città. Ebbene, in che si traduce tutto questo? Alla fine, il ceto politico è quello che è, ma soprattutto non si fa politica senza il ceto politico che c’è. E quello napoletano sta sempre lì. Ci sono ormai famiglie politiche in senso letterale come abbiamo visto che occupano posizioni nevralgiche e i cui componenti ricompaiono sotto diverse spoglie ad esercitare un ruolo che tuttavia non cambia mai. Non è certo un buon segnale che prima ancora di cominciare, l’uomo della svolta appaia, anche solo a pensare, di poter accogliere nella propria squadra quello che a tutti gli effetti rappresenta il “vecchio” di questa città, una storia ormai esaurita e che sopravvive in forme esclusivamente parassitarie. 

Non è un buon segnale che il sindaco eletto non abbia la forza, insomma, di ringraziare e rinviare al mittente offerte di collaborazione che certo non giovano a rafforzare l’idea che egli sappia governare in autonomia. Ora è inutile girarci troppo attorno, in ballo ci sono un sacco di soldi e quindi, inevitabilmente, molti appetiti. E Napoli è una città, da questo punto di vista, complicata, a non voler dire altro. Per presenza criminale, per qualità della sua classe dirigente, per la tradizionale assenza di una società civile custode di valori etici forti. È, al contrario, una città di rapporti sociali vischiosi, di istituzioni fin troppo permeabili agli interessi clientelari, di ceti professionali deboli e come tali incapaci di fornire l’intelaiatura rigida della vita civile e fin anche il tono della città. Tutto, al contrario, vi si svolge come in uno spazio acquitrinoso; i quadri burocratici e amministrativi con difficoltà appaiono in grado di assicurare una qualche tenuta civica; lo spirito di servizio e di dedizione alla cosa pubblica è ben al di sotto degli standard. In un contesto del genere, l’autonomia del sindaco è tutto. È la garanzia offerta agli elettori di un governo del “comune” esercitato nel nome degli interessi collettivi e non degli appetiti di qualche “particolare”. Perdersi in trattative, chiedere troppi consigli e suggerimenti può essere un segno di prudenza, ma di quella prudenza che desta qualche dubbio piuttosto che rassicurare. 

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