In una squadra da vera svolta ​il neo cultura

Sabato 23 Ottobre 2021 di Vittorio Del Tufo

Nelle ore immediatamente successive al voto del 4 ottobre il sindaco Manfredi, dall’alto del suo 63%, aveva messo subito in chiaro due o tre cosette. La prima: non accetterò diktat né pressioni sulla scelta della squadra di governo, proponetemi nomi di qualità o deciderò tutto da solo. Un vero e proprio avviso ai naviganti, ovvero ai partiti che compongono la maggioranza. Il nuovo inquilino di Palazzo San Giacomo aveva poi chiarito che per raddrizzare la barca, ed evitare di mandarla a sbattere sugli scogli modello Schettino, occorrevano, e occorrono, competenze robuste e profili manageriali. Da qui la decisione di avocare a sé la scelta degli assessorati tecnici, sottraendoli alle bocche fameliche dei partiti e ai “manuali Cencelli” che a ogni giro di nomine puntualmente tornano in auge. Guardando la composizione della nuova giunta possiamo dire che l’ex rettore ha mantenuto l’impegno, circondandosi di persone di fiducia e professionalità di alto livello, come non se ne vedevano, probabilmente, dai tempi del primo Bassolino sindaco.

Nei ruoli cardine della sua squadra Manfredi ha piazzato figure che incarnano quel modello di amministratore pubblico che la città - uscita frastornata e a pezzi dall’ottavolante di De Magistris - invocava da tempo. Competenza e rigore sono merce sempre più rara nel panorama politico e amministrativo di una metropoli per troppi anni disamministrata, e per questo disastrata nel suo tessuto sociale e nello stesso rapporto tra la classe politica e i cittadini. La nuova giunta è di buon livello, e anche laddove il prof ha scelto di tener conto delle indicazioni dei partiti, lo ha fatto prestando attenzione, ci sembra, più alle competenze che alle messe cantate dei cacicchi locali.

Bastano due o tre nomi per poter dire che si è partiti con il piede giusto. Edoardo Cosenza, docente di tecnica delle costruzioni e presidente dell’ordine degli ingegneri, neo assessore alle infrastrutture e alla mobilità, è l’uomo giusto per occuparsi delle gallerie che cadono a pezzi, a cominciare da quella della Vittoria scandalosamente chiusa dal settembre 2020. Antonio De Iesu, già questore di Napoli e vice capo della polizia, è una garanzia sul fronte della legalità, nella città dei troppo furbi dove le regole, spesso, sono carta straccia. A Pier Paolo Baretta, ex sottosegretario al ministero dell’economia e delle finanze nei governi Letta, Renzi, Gentiloni e Conte, Manfredi ha affidato la missione più importante di tutte, quella di risanare i conti. Mia Filippone, ex preside, da vicesindaco si occuperà di scuola e famiglia, mettendo a frutto la sua esperienza, e Luca Trapanese, primo caso in Italia di genitore single ad aver adottato una bambina down, proverà a rilanciare le politiche sociali, che negli ultimi anni sono state la cenerentola dell’azione amministrativa. E così via.

Nella foto di gruppo della nuova giunta, tuttavia, manca qualcosa, o per meglio dire qualcuno. È l’assessore alla cultura: delega chiave che Manfredi ha scelto (per adesso) di non assegnare, ritenendo di potersene occupare in prima persona. Non sappiamo se, nei giorni frenetici che hanno preceduto la composizione della squadra, l’ex rettore si sia guardato intorno (dentro e fuori i partiti) senza scorgere un solo profilo adatto a ricoprire questo ruolo così importante e strategico. O se, al contrario, Manfredi avesse sin dal principio deciso di non assegnare la delega, giocando d’anticipo sul totonomi e magari facendosene beffe. 

Riteniamo in ogni caso che sia stato un errore. Chiunque abbia a cuore l’immagine della città e la valorizzazione del suo immenso patrimonio storico e artistico - e Manfredi è sicuramente tra questi - sa bene che la cultura non è un orpello, ma una pietra fondante del modello di città da costruire. Specie in una città dalla fortissima proiezione internazionale come Napoli. Non è un settore al quale si possano dedicare le briciole del proprio tempo. Non è, soprattutto, un settore da governare semplicemente conferendo risorse, ammesso che queste risorse, nelle dissanguate casse del Comune, si rendano disponibili. Cultura è visione, è strategia, è disegno. È capacità di trasformare in risorsa, e perché no, in industria, l’immenso giacimento di creatività e di bellezza nel quale siamo immersi.

Impegno a tempo pieno, dunque, ma anche idee (ne servono tante), contatti, capacità di pianificazione. Se la cultura è l’architrave su cui fondare le politiche di valorizzazione del territorio, i relativi dossier devono essere seguiti senza risparmio di energia. Manfredi non soffre di egocentrismo, a differenza di chi lo ha preceduto parla spesso di “noi” usando con parsimonia il pronome personale “io”. Ha deciso però, nella giunta appena nominata, di rivestire il ruolo di supersindaco, tenendo per sé ben dieci deleghe. Sono tante, forse troppe. Immaginiamo che per quanto riguarda i finanziamenti europei, i fondi del Pnnr, il decentramento, l’innovazione, il Porto e i Grandi Progetti (vedi Bagnoli) la scelta di mantenere le deleghe risponda a un’esigenza di autorevolezza: Manfredi sa di dover indossare l’elmetto, a dispetto del suo carattere mite, e battere i pugni sul tavolo del governo, se necessario. Ma proprio il numero e il peso delle deleghe mantenute, e lo sforzo titanico che lo attende, avrebbero dovuto suggerire al nuovo sindaco di non accollarsi questo ulteriore fardello. E affidare a una persona di fiducia il settore strategico della cultura, scelta che non gli avrebbe impedito (non gli impedirebbe) di occuparsene ugualmente da vicino, dal suo ufficio a Palazzo San Giacomo, proprio in virtù di quell’autorevolezza che tutti gli riconoscono. Non averlo fatto è un errore, lo stesso che si perpetua da tempo ai piani alti di Palazzo Santa Lucia, dove l’assessorato alla cultura è un oggetto sconosciuto dal lontano 2015.

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