Caro sindaco, stamattina
​prenda la metro

Lunedì 18 Ottobre 2021 di Piero Sorrentino

Tra le decine di migliaia di persone che questa mattina, qui in città, andranno al lavoro, da oggi ce n’è una in più: il nuovo sindaco Gaetano Manfredi, che alle 15 – dopo la proclamazione del mattino in Corte d’Appello – entrerà ufficialmente a palazzo san Giacomo per sedersi sulla poltrona di primo cittadino napoletano. Anche lui, come le altre decine di migliaia di lavoratori, seguirà probabilmente la solita serie di azioni di chi si sveglia per andare al lavoro, la sequenza più o meno regolare di gesti, piccoli rituali, abitudini che scandiscono le tappe – poco epiche, molto concrete – di chi esce di casa per raggiungere i rispettivi luoghi di studio o servizio.

Sveglia, colazione, doccia, scelta degli abiti da indossare. Fino a quello che, qui a Napoli, ogni mattina si offre come il primo, grave problema della giornata: come arrivarci, al posto di lavoro? Come raggiungerlo? Perché ciò che in qualsiasi altra grande città europea non è nient’altro che un minimo, abituale tassello che va ad aggiungersi a quella catena di mosse e comportamenti, in questa città diventa il fatto primario, l’Accadimento, l’evento che in ogni istante può funestare quella giornata, spezzarla, romperne la catena e utilizzarla come una frusta impazzita e incontrollabile. 

Quale altro mai cittadino di Milano, Firenze, Bologna – per non parlare di Parigi, Amsterdam, Berlino – considererebbe quella parte della giornata come una potenziale iattura, come un sempre incombente problema rispetto al quale approntare immediatamente soluzioni alternative, exit strategy, piani B? Padroneggiare quel potere occulto al quale le cittadine e i cittadini di Napoli si sentono esposti ogni santo giorno in cui devono spostarsi da un punto A a un punto B della città.

Sentirsi al sicuro dalle continue imboscate che le condizioni del traffico urbano o il funzionamento del servizio di trasporto pubblico tendono loro è un impegno troppo gravoso.

Sarebbe bello, quindi, che questa mattina, assieme a quelle decine di migliaia di persone, Gaetano Manfredi si recasse al suo primo giorno di lavoro precisamente come fanno moltissime di quelle persone: salendo a bordo di un autobus o di un vagone della metropolitana. Sarebbe bello che ne condividesse i combattimenti, le nevrosi, le piccole angosce e le grandi ansie. Che intingesse anche lui la penna in quella materia di fuoco per scrivere una pagina del suo diario personale di lavoratore, ancora prima che di sindaco.

Chi se la sentirebbe di dargli del populista? In altre città forse sì, si tratterebbe di una superflua chiamata alla consanguineità, di un inutile appello del tipo: «Vedete? Io sono proprio come voi». Ma ciò che è valido in altre realtà, a Napoli perde consistenza, si sfarina sotto i colpi della Realtà. Quello che altrove avrebbe il sapore amaro di una messinscena post-elettorale buona per qualche allocco, qui assumerebbe i contorni della discesa agli inferi di una media giornata cittadina. Vedere il sindaco che fa il biglietto, che aspetta alla fermata dell’autobus o resta in attesa sulla banchina della linea 1 della metropolitana – magari incrociando un po’ le dita e sperando di essere capitato nella giornata buona, un po’ inquieto al pensiero che nei primi 14 giorni di ottobre il servizio è stato regolare appena otto volte – suonerebbe non come l’esposizione di un vago e universale manifesto politico, ma come l’illustrazione pratica di un programma dei famosi primi cento giorni di mandato: «È da qui che si comincia, da questi luoghi, da questi posti».

Non c’è molto altro da fare – in un’azione politica che voglia segnare una radicale discontinuità da questi ultimi dieci, drammatici anni – di diverso da questo: disegnare il perimetro della nostra crisi, sottolineare quello che non funziona e operare azioni concrete per modificarlo. È di tutte queste cose che si nutre lo scoraggiamento generale che guadagna terreno, il sentimento di sfiducia, il senso di immobilità perenne che oggi risuona nelle parole e nei pensieri della stragrande maggioranza di chi vive qui in città. È proprio mentre si è fatta dura come l’acciaio l’idea che per Napoli non ci sia più speranza che il nuovo sindaco dovrebbe mescolare le carte di questa narrazione terminale. Questa è un’enorme fatica che nasconde allo stesso tempo un grande privilegio: cancellare il tempo passato attraverso la descrizione esatta di un luogo. E quel luogo, oggi, sarebbe bello che fosse un luogo di condivisione e non di separatezza. Ce n’è uno più adatto, dal punto di vista concreto e contemporaneamente simbolico, di un mezzo di trasporto pubblico cittadino in una normale giornata lavorativa?

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