Napoli, il turismo delle radici si fa al Sud: il Mezzogiorno è l'Eden degli stranieri

Le vacanze dei nipoti dei vecchi migranti che tornano a «casa»

Napoli, il turismo delle radici si fa al Sud: il Mezzogiorno è l'Eden degli stranieri
Napoli, il turismo delle radici si fa al Sud: il Mezzogiorno è l'Eden degli stranieri
di Anna Maria Capparelli
Sabato 25 Maggio 2024, 22:50 - Ultimo agg. 27 Maggio, 07:27
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Il turismo delle radici fa rotta al Sud. Ed è la carta vincente per valorizzare anche aree interne e poco note. Tra le mete preferite Calabria (37%), Sicilia (16%), Lazio (14%), Campania e Veneto (13%), Marche (12%) e Puglia. L’identikit del viaggiatore che rientra in questa nuova categoria non corrisponde a quello dei loro nonni che emigrati nel Nord Europa, negli Stati Uniti o nel Sud America se riuscivano, una volta nella vita, a tornare nei loro paesi di origine si fermavano in famiglia per poi ripartire nella consapevolezza di non poter mai più calpestare la propria terra. Oggi il turismo delle radici, che si celebra quest’anno (anche questo un risultato del Pnrr) è una formula nuova delle vacanze dei nipoti dei vecchi migranti che tornano con la voglia sì di ritrovare le loro origini, ma soprattutto spinti dalle bellezze culturali e paesaggistiche.

Un elemento di traino forte è l’enogastronomia diventata l’attrazione per i visitatori del Bel Paese. Tutti alla scoperta dei prodotti a denominazione d’origine, strettamente connessi con i territori, e tradizionali che evocano storie antiche. Ma è soprattutto importante il ruolo strategico di ambasciatori del Made in Italy che i turisti, richiamati dai racconti tramandati nelle famiglie, possono svolgere nell’azione di contrasto all’italian sounding, e cioè di quel ricco paniere che con colori e immagini evoca le produzioni nazionali.

I falsi rappresentano il vero nemico della offerta alimentare tricolore, con un business che è ormai arrivato a 120 miliardi, un valore doppio rispetto alle esportazioni agroalimentari. Tagliando così potenzialità a un settore che lo scorso anno ha raggiunto il record di 64 miliardi delle spedizioni di cibo italiano fuori dai confini. E che se riuscisse ad agguantare almeno una fetta del mercato dei prodotti “taroccati” potrebbe spiccare il volo sui mercati globali.

Un’opportunità d’oro per le regioni del Mezzogiorno, quelle che hanno pagato il più alto contributo ai fenomeni migratori. E che oggi possono trovare il proprio riscatto proprio dai nipoti e pronipoti di chi con la valigia di cartone ha cercato fortuna in Paesi lontani. Secondo uno studio del Crea, dell’Università della Calabria e della Rete Rurale Nazionale i turisti delle radici hanno raggiunto ormai la quarta generazione.

 

Il mercato turistico rurale strettamente connesso con quello delle radici, scoperto nei giorni bui della pandemia, ha oggi tutte le carte per diventare la nuova frontiera delle vacanze. Con un impatto sulla valorizzazione dei piccoli borghi e soprattutto delle eccellenze alimentari radicate proprio nelle zone rurali e soprattutto in quelle meridionali. Un terzo della spesa turistica, spiega l’Osservatorio della Coldiretti, è destinato alla tavola per la consumazione dei pasti in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi, ma anche nello street food e per i souvenir.

Gli acquisti enogastronomici, infatti, rappresentano il 24% del totale e superano quelli destinati all’abbigliamento (21%) e ai gioielli (9%). E una volta “provate” le vere eccellenze è più facile che rientrati nei loro paesi i turisti possano cogliere le differenze con gli improbabili parmesan o con le mozzarelle che tutto contengono fuorché il latte. Il 96% dei viaggiatori alla ricerca del loro passato ha apprezzato la cucina locale e l’80% ha fatto acquisti di cibo o bevande. Il risultato è che al rientro della vacanza il 43% si rivolge con maggiore assiduità a prodotti agroalimentari italiani e li consiglia a parenti e amici.

Nella classifica delle regioni più ricche di miniere enogastronomiche al primo posto spicca la Campania con 601 specialità tradizionali. In ottima posizione anche la Puglia con 365 e la Sicilia con 289. La Campania è sul podio (ex aequo con il Piemonte) anche per le città e strade del cibo del vino (123) tallonando la Toscana.

Il turismo enogastronomico, sottolinea un report dell’Ismea, è uno dei segmenti più dinamici e in forte ascesa con un numero sempre maggiore di viaggiatori, anche giovani, che decide di intraprendere esperienze connesse alle tantissime produzioni agroalimentari di qualità e alla sfera culinaria. Tanto più quest’anno in cui si gioca l’importante partita per l’assegnazione alla Cucina italiana del riconoscimento Unesco di patrimonio immateriale dell’umanità.

La buona tavola dunque al pari di un museo o di un paesaggio mozzafiato. A tirare poi è la cosiddetta Dop economy, che vale oltre 20 miliardi, assicurando un contributo del 20% al fatturato dell’agroalimentare con una quota del 19% dell’export. Un valore quello delle Ig non solo economico, ma anche di rilancio di aree marginali associate a piccole produzioni, ma di super nicchia. Queste produzioni – evidenzia l’Ismea – sono legate a doppio filo alla reputazione del territorio in cui si originano e allo stesso tempo contribuiscono a rafforzarla e a veicolarla.

E le prospettive del turismo a indicazione geografica sono destinate a migliorare grazie anche alla nuova normativa recentemente approvata dalla Commissione europea che garantisce una maggiore tutela alle Ig. Un’altra spinta arriva dai presidi Slow Food costituiti da comunità di contadini, artigiani, pastori e pescatori che operano per preservare razze e specie vegetali autoctone e a rischio di estinzione. Sono più di 600 i presidi in tutti i paesi del mondo e 289 in Italia.

Ancora una volta a tirare la volata è il Sud, prima della lista la Sicilia con 57 presidi, a seguire la Campania (44) e la Puglia con 36. Sei delle prime dieci province per numero di presidi sono nel Mezzogiorno ed è Salerno con 17 che guida la lista delle 10 province al top. I paesi da cui per la maggior parte arrivano i “turisti delle radici“ sono – come sottolinea uno studio della Confcommercio – gli Stati Uniti dove sono 16 milioni gli americani che riconoscono le origini italiane. Sono nati negli States e almeno di seconda generazione con un’ottima capacità di spesa. Anche il Canada può offrire un contributo significativo, così come Argentina e Brasile dove sono molti milioni i residenti di origine italiana. E si tratta proprio di quei Paesi dove è particolarmente ricco il mercato dei falsi prodotti alimentari.

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Le stime della Confcommercio indicano in 8 miliardi la spesa potenziale che si potrebbe raggiungere con questa nuova formula di viaggio guidato dal sentimento.

Il nostalgico è infatti tra le categorie dei viaggiatori intercettate dall’indagine, a cui si affiancano l’ambassador, che ha una buona influenza nella propria comunità e può quindi diventare un fondamentale testimonial del made in Italy, il discendente e il curioso. La potenziale platea è di 60 milioni, tanti sono gli emigranti e loro discendenti, di prima, seconda, terza o quarta generazione, che vivono fuori dai confini nazionali.

Si tratta dunque di un bacino importante su cui fa leva il turismo italiano. Secondo le stime dell’Osservatorio Coldiretti su dati Isnart e Banca d’Italia sono infatti circa 7,8 milioni gli stranieri di origine italiana che ogni anno si muovono alla riscoperta delle terre di provenienza. Un sentimento che produce affari d'oro.

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