Whirlpool, la sconfitta e la strategia che non c'è

Giovedì 29 Ottobre 2020 di Nando Santonastaso

Quali carte ha in mano il premier Giuseppe Conte per rimettere in discussione l’addio di Whirlpool da Napoli non lo sa quasi nessuno. Sicuramente non i lavoratori e probabilmente gli stessi sindacati metalmeccanici che si confronteranno con Palazzo Chigi, da remoto, domani alle 9,30. E tanto meno gli altri attori, protagonisti e non, della vicenda, dalla Regione Campania al Comune di Napoli.

Eppure, appare a tutti evidente che l’intervento del capo del governo è davvero l’ultima spiaggia, in un senso o nell’altro. Perché non possono bastare due mensilità per così dire “supplementari” ai dipendenti di via Argine per convincerli che la dura protesta di ieri mattina e i disagi da essa provocati hanno ottenuto un obiettivo sostanziale, su cui costruire insomma una qualche prospettiva. Conte avrebbe fatto volentieri a meno di tornare a occuparsi in prima persona di questa vertenza, assediato com’è ogni giorno dai problemi di gestione del Covid-19 e dai contraccolpi politici che sembrano minare la stabilità del suo gabinetto, e forse anche preoccupato del sostanziale stallo della vicenda nonostante il suo precedente coinvolgimento al tavolo con azienda e sindacati quando guidava il governo gialloverde. Ma rifiutarsi di scendere in campo di fronte alle pressioni di Cgil, Cisl e Uil e dei sindacati di categoria non avrebbe fatto altro che esasperare ulteriormente la già altissima tensione napoletana. Bisognava dare un segnale, come si dice in questi casi, per evitare il peggio. 

Ora però bisogna agire, entrare nel concreto di una proposta o di una strategia anche politica che eviti quello che già da tempo si profila all’orizzonte, la sconfitta di tutti. E in quel “tutti” ci sono davvero quanti, dalla politica all’imprenditoria locale, agli stessi sindacati, si sono approcciati al teme. Impedire la cessazione dell’attività produttiva dall’1 novembre, salvaguardando 350 posti di lavoro resta l’unico, serio obiettivo. Come farlo, dopo 18 mesi di sterile confronto tra azienda e sindacati, è un grandissimo punto interrogativo, per usare un eufemismo. Se dopo 18 mesi l’unica certezza è l’impossibilità di licenziare, è paradossalmente il dato meno significativo e rilevante: le norme anti-Covid lo impediscono già. Né ovviamente può bastare la pur importante dichiarazione di impegno garantita anche ieri dal primo ministro alla Camera. La verità è che serve ben altro per inchiodare la multinazionale americana alle sue responsabilità sulla mancata attuazione del Piano industriale che scadrà a maggio 2021 e nel quale almeno originariamente Napoli era centrale, anche a livello di investimenti. Il tam tam di queste ore rilancia notizie incontrollate di contatti di Palazzo Chigi anche con il board Usa della multinazionale ma si era detto lo stesso anche in altre circostanze e sappiamo bene com’è andata. 

Nel contempo però serviranno anche dati nuovi e soprattutto credibili sull’eventuale ricorso al piano B, e cioè la riconversione produttiva dello stabilimento. Che non è diventata finora un’alternativa vera e propria per tutta una serie di ragioni, non ultima la perplessità sindacale per analoghe operazioni al Sud (e non solo) che di fatto non hanno quasi mai garantito né una duratura prosecuzione dell’attività né il riassorbimento completo della manodopera. Di sicuro, pensare di trascinare ancora il caso Whirlpool senza una direzione chiara e il più possibile condivisa, non può essere la soluzione auspicata, specie in tempi di emergenza pandemica.

Ma è altrettanto vero che ben pochi si illudono che si possa rimettere in piedi un realistico tavolo di confronto a soli tre giorni dalla chiusura dell’impianto: nell’ipotetico “manuale Cencelli” dei sindacati si ricorda che è meglio una trattativa infinita, sperando che magari qualcosa cambi, piuttosto che vedere i cancelli di una fabbrica sbarrati. Sarà, ma oggi per il sito napoletano c’è la certezza che da lunedì si chiude. E null’altro. 
 

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