Navalny, il coraggio di una donna che non va lasciata sola

di Titti Marrone
Martedì 20 Febbraio 2024, 23:30 - Ultimo agg. 21 Febbraio, 06:00
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Yulia Navalnaya ha sfidato il despota con chissà quale tumulto in petto, con uno sguardo di ghiaccio e con parole affilate come lame taglienti. Ha detto ciò che il mondo intero pensa e forse non si potrà mai dimostrare per cancellazione delle prove o divieto di accedervi: «Vladimir Putin ha ucciso mio marito». Una frase semplice scandita all’inizio di un video di nove minuti, potente come la sua stessa immagine, come la postura altera e l’espressione ferma degli occhi del medesimobludel suovestitosevero. Già solo nominando il tiranno russo come colpevole, cosa del resto fatta anche a Bruxelles davanti ai ministri degli Esteri della Ue appena avuta la notizia della morte di Aleksei, Yulia ha esposto la sua persona al rischio della vendetta di Putin. Nel video, poi,ha aggiunto: «Nell’uccidere Aleksei, ha ucciso metà di me, metà del mio cuore, metà della mia anima. Ma ho ancora l’altra metà e questa mi dice che non ho alcun diritto di mollare. Continuerò l’opera di Aleksei Navalny, continuerò a lottare per il nostro Paese»

Fa tremare l’idea della sfida impari che questa donna quarantaseienne ha osato lanciare a un uomo tra i più potenti e sanguinari delmondo, del suo corpo vulnerabile così visibilmente irrigiditonel dolore e tanto inerme difronte alla minaccia di una ritorsione violenta. Eppure c’è tanta potenza,tanta assoluta dignità nella figura composta di Yulia, nella sua voce capace di non tremaremai, da costruirle attorno una specie di aura diforza. Le prossime ore saranno decisive per capire la sua sorte.Intanto, dopo queste sue affermazioni nel suo Paese ce n’è già abbastanza per dichiararla “agente straniero”, cioè spia, alleata con i nemici della Russia, da arrestare appena vi mettesse piede, com’è avvenuto ad Aleksei Navalny nel gennaio 2021. Sul palco di Bruxelles, davanti ai ministri Ue, Yuliaha poi rincarato la dose scandendo che Putin ed i suoi uomini «verranno puniti per quello che hanno fatto alnostro Paese, alla nostra famiglia e a mio marito».

Cioè, con un coraggio incredibile alla sfida ha aggiunto una minaccia. Ora, Navalnaya sa bene che non sarà al sicuro nemmeno se deciderà di restare all’estero, di continuare da lì la battaglia controPutin raccogliendo iltestimone del marito.

Lo dimostra la catena lunghissima di omicidi misteriosi che hanno messo a tacere personaggi considerati scomodi per Putin a causa di condotte assai meno esplicitamente accusatorie di quella di Yulia, da Yukashenko al pilota russo disertore Kuzminov ucciso proprio due giornifa in Spagna da un killer rimasto ignoto. Ogni suo passo, ogni suo atto, ogni sua decisione dovrebbero perciò riguardare tutti quelli che hanno a cuore la libertà. La tempra e la fierezza da lei mostrate evocano un’epoca lontana, ugualmente attraversata dall’attitudine a soffocare ogni manifestazione di pensiero difforme da quello dominante, e un’altra figura di donna: Anna Larina,la moglie diBucharin, uno degli artefici della rivoluzione di ottobre 1917, assassinato nel1938 dagli uomini di Stalin. Anna aveva sposato il “ragazzo d’oro” del bolscevismo quando aveva solo 15 anni e lo aveva seguito nell’utopia rivoluzionaria di costruireuna società di uomini liberi e uguali. Dopo l’uccisione di Bucharin,fu imprigionata e per un ventennio passò daun campo all’altro dello sterminato arcipelago gulag dove, come disse in una visita a Roma aBotteghe Oscure nei primi anni Novanta, una volta incontrò una donna, moglie di un generale considerato nemico del popolo.

Larina raccontò che quella compagna di detenzione, già condannata ai lavoriforzati, aveva avuto un aumento di pena di otto anni solo per aver detto a una compagna di cella che le camicette ricamate a mano in Italia erano molto belle: era considerato un esempio di elogio del capitalismo. Ciò che serve oggi è una mobilitazione internazionale, un’attenta vigilanza perché Yulia Navalnaya non sia dimenticata e lasciata sola. E occorre affiancare e fare propria con forza la richiesta dell’altra donna in questomomento impegnata a chiedere che sia fatta luce sulla morte di Aleksei, sua madre Lyudmila. In un video girato ieri davanti alla colonia penale IK- 3 in Siberia, lo stesso gulag in cui è deceduto ilfiglio, si può vedere questa donna sessantanovenne chiedere la restituzione del corpo mentre sul suo capo nevica, mentre iltermostato segna -34 gradi centigradi e mentre l’ombra di un dispotismo anticominaccia di allargarsi benoltre i confini della Russia, mettendo a repentaglio l’idea stessa di democrazia e libertà. 

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